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trimestrale di informazione culturale Archeoclub d'Italia - sede di Venezia Anno X, n. 1 - 3, settembre 2000 | ||||||
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| Chi fabbricava le anfore | |
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Spesso furono le stesse aziende agricole che si attrezzarono con un proprio laboratorio ceramico per ammortizzare i costi di produzione e di spedizione. In altri casi le fabbriche erano gestite da operatori singoli che si facevano aiutare da un minimo di mano d'opera pesante oppure da grosse imprese agricolo-commerciali che sfruttavano coltivazioni intensive a monocoltura (vite-olivo) e che utilizzavano a vario livello per le loro transazioni imprenditori che si proponevano come intermediari tra la produzione agricola e quella delle anfore. E' grazie soprattutto ai bolli se è possibile la comprensione di queste attività. Il bollo era impresso al momento della lavorazione dell'oggetto e di solito indica il proprietario della fabbrica. Attraverso i bolli si può risalire all'identità dei personaggi, alla loro estrazione sociale, al luogo geografico ove operarono, alla cronologia, al funzionamento interno delle fabbriche. Spesso sui bolli, accanto al nome del proprietario, compaiono altri nomi di estrazione servile che si riferiscono a schiavi o liberti la cui funzione era simile a quella di un attuale direttore di produzione incaricato del buon rendimento del settore a lui affidato, del fatturato giornaliero, della quantità globale. | |
| Che cosa trasportavano | |
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Le derrate trasportate per eccellenza con le anfore furono il vino, l'olio, le salse di pesce. Il vino fu una componente fondamentale nell'alimentazione antica. Nell'Europa continentale si bevevano anche birra e idromele, che però non attecchirono sui mercati mediterranei per il semplice motivo che non si conservavano a lungo e quindi non potevano affrontare esportazioni su lunghe distanze. I vini prodotti in ambito mediterraneo, di norma rossi, erano piuttosto pesanti con una gradazione alcolica di circa 18%. Per poterli bere senza effetti collaterali immediati venivano sempre stemperati in acqua preventivamente bollita. Il vino puro era detto merum mentre quello tagliato con acqua vinum. Le regole dell'epoca dettano le proporzioni ottimali per diluire il vino: 80% di acqua e 20 % di vino puro. Bere vino puro del resto era considerata usanza da barbari. L'uomo civile non doveva soggiacere al piacere estemporaneo, immediato, bensì assaporarlo lentamente in compagnia, in uno scambio reciproco di intimità intellettuale. Anche l'Italia settentrionale ebbe i suoi vini doc: lo Spionia che poteva venir invecchiato fino a quindici anni forse della zona di Spina; il Retico molto piacevole al palato del territorio di Verona; l'Hadrianum ottimo a pasto; il Pucinum del territorio di Aquileia che piaceva molto a Livia la moglie dell'imperatore Augusto. L'olio di oliva fu l'ingrediente grasso maggiormente usato nelle cucine dell'antichità sia a crudo sia per cucinare. Non veniva mai usato da solo per friggere, ma in mèlange con vino, garum, aceto, miele, acqua. Il costo di un chilo di olio di oliva in epoca romana corrispondeva alla paga giornaliera di un operaio, cioè a tre sesterzi. La gente comune consumava olio di semi di ravizzone e di colza, grasso di bue e lardo di maiale. Si produceva anche burro ma non per scopi alimentari, bensì per la medicina. Nell' Italia di epoca romana l'olio venne prodotto soprattutto dalle regioni adriatiche, dalla Puglia al distretto di Aquileia-Istria. Le salse di pesce furono la novità commerciale di epoca romana. Esse sono un condimento, non una salsa vera e propria, che veniva preparato lasciando marinare pesci a carne grassa in sale marino ed erbe aromatiche. Il primo ricavato era il garum, la parte migliore semiliquida che veniva usata come condimento ovunque si volesse dare un sapore particolare al cibo. Le altre parti del composto erano dette muria, hallec, liquamen. Le regioni che produssero in quantità industriale le salse di pesce furono la penisola Iberica, il Portogallo, il Marocco. Nel IV d.C. mezzo litro di garum veniva pagato 16 denari d'argento come una libbra di sardine; dieci ostriche valevano il costo di cinque grossi carciofi e cioè dieci denari, mentre 100 cozze costavano 50 denari. | |
| Le anfore in Laguna | |
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Come il resto del Mediterraneo anche l'Adriatico settentrionale e in particolare la Laguna di Venezia appaiono investiti nel corso dei secoli dalle varie ondate di importazioni tramite anfore, a partire soprattutto dal II-I a.C. per quanto riguarda la Laguna, dal IV a.C. per alcuni siti perilagunari. In svariate occasioni sono infatti stati recuperati contenitori di produzione greca, italica, iberica, africana, mediorientale, del Mar Nero che scandiscono con ritmi costanti i flussi commerciali dalla tarda età repubblicana all'impero e al momento tardoantico. Il momento più interessante per gli sviluppi storici che esso implica in Laguna è proprio quello tardoantico, nel quale si affermò sempre più nettamente la coscienza politica e religiosa della Venetia della Laguna con la formazione di un suo nuovo organismo sociale indipendente (prima da Roma e poi da Costantinopoli), urbanizzato e soprattutto economicamente vitale. Le indagini archeologiche attuate in questi ultimi anni, alle quali vanno associati i recuperi occasionali, stanno mostrando come ancora tra VI e VIII d.C. la Laguna fosse costellata da strutture insediative e di stoccaggio e ridistribuzione di svariati tipi di contenitori, soprattutto di provenienza africana, mediorientale e meridionale italica. Contenitori commerciali di epoca tardoantica sono stati trovati in vari siti lagunari. |
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I due qui riprodotti in foto vengono dall’isola del Lazzaretto Nuovo. Uno di essi è riconducibile alla produzione egeoorientale delle Late Roman 1, prodotte in Siria, Rodi, Cipro e lungo la costa sudorientale della Turchia tra il V ed il VI d.C. Era un'anfora adibita al trasporto di vino, vino che ha raggiunto anche l'arco settentrionale dell'Adriatico soprattutto nel VI d.C. come suggeriscono i ritrovamenti di Fusina, Torcello, S. Francesco del Deserto, Venezia stessa. Un secondo contenitore si riallaccia a quelle produzioni italiche, soprattutto meridionali, di VI d.C. che assorbirono i modelli formali egeoorientali rielaborandoli localmente. E' opinione che tali anfore italiche fossero destinate a piazze di mercato particolari, quali quelle ecclesiastiche che necessitavano di vino per propri usi interni oltre che per la sfera religiosa. Ma il raggio d'azione di queste produzioni appare più allargato rispetto a quello prospettato solo per mercati selezionati, nel senso che la distribuzione di vino italico meridionale nella tarda antichità deve essere considerata un vero e proprio fenomeno commerciale sulle lunghe distanze. Anche un altro tipo di anfora è riconoscibile come appartenente alle produzioni tarde dell'Italia meridionale. La sua morfologia caratteristica (spalla ampia tondeggiante, ampie anse curvilinee) la annovera tra i contenitori che trasportavano vino dallo stretto di Messina/Sicilia nordorientale/Basilicata. E' un contenitore dalla capacità di circa 25 litri che deriva da un modello egeoorientale di V d.C., la Late Roman 2. Questo tipo di anfora è abbastanza frequente nei contesti lagunari, anche se è difficile da riconoscere se ci si imbatte in soli frammenti di parete, e stando alle datazioni offerte da altre situazioni stratigrafiche (ad esempio Roma-Crypta Balbi) denota la potenzialità espressa dai traffici commerciali ancora nel l'VIII d.C. Alessandra Toniolo Collaboratrice della Soprintendenza Archeologica del Veneto - N.A.U.S.I.C.A.A. (Nucleo Archeologia Umida Subacquea Italia Centro Alto Adriatico). | |
