trimestrale di informazione culturale
Archeoclub d'Italia - sede di Venezia
Anno X, n. 1 - 3, settembre 2000
Le Anfore
Le anfore (dal greco amfi-foreus, “vaso che ha due manici”) sono sicuramente tra i manufatti archeologici più interessanti per la quantità di informazioni che spesso ci offrono.
Nell’antichità erano contenitori alimentari usati per i trasporti sulle lunghe distanze. Essendo oggetti "in viaggio" (nel caso dei relitti) o "che hanno viaggiato", a volte ci raccontano del luogo di partenza, delle derrate che questo luogo commerciava, delle quantità che potevano essere immesse sui mercati; se conservano bolli o iscrizioni possono aiutarci a risalire al proprietario dell'azienda agricola o della fabbrica di anfore;

Anfore rinvenute nella laguna di Venezia
foto di G. Arici, da "Andava nell'acqua crescendo"
Consorzio Venezia Nuova, Venezia 2000
spesso ci informano anche sul ruolo della zona di arrivo e ampliano o confermano le cognizioni topografiche sulle rotte marittime e fluviali più seguite, sulle preferenze espresse dagli acquirenti locali e sul loro livello di disponibilità finanziaria.
Che cosa sono e a che cosa servivano
Le anfore come contenitori di derrate per i trasporti a lunga distanza sono conosciute fin dal III millennio a.C. Si generalizzarono soprattutto nell'ultimo millennio in ambito greco, punico, etrusco e poi romano. La loro forma venne specializzata a tal punto che una regione in grado di commercializzare propri prodotti agricoli elaborò tipologie specifiche a seconda del prodotto da trasportare. Vi era cioè una forma standard destinata al vino, una all'olio, una per le salse di pesce ecc. In questo modo bastava un colpo d'occhio per riconoscere se quell'anfora portava vino italico piuttosto che gallico, olio betico e non salse di pesce africane.
Le anfore venivano riempite con prodotti semilavorati e lavorati come vino, olio, salse di pesce, frutta in composta, pesce sotto sale, miele, olive, olii profumati, bitume, sostanze coloranti.
Vennero continuate ad essere fabbricate sino all'VIII-IX d.C. soprattutto in area mediorientale e nell'Italia meridionale.

Forno per anfore

Trasbordo anfore manuale (Ostia)
Da tempo però si preferivano le botti sia per i viaggi fluviali che per quelli marittimi: la capacità di una botte è di gran lunga maggiore di quella di un'anfora, anche se le botti sono più difficili da stivare per la loro forma che crea vasti interstizi vuoti.
Come venivano realizzate
L'anfora è in terracotta, cioè argilla, l'elemento più diffuso naturalmente e il più usato nell'antichità. Veniva lavorata al tornio in parti separate che venivano poi assemblate tra loro. Un vasaio riusciva a fabbricare circa dieci anfore al giorno. Veniva poi fatta seccare per circa dieci giorni e quindi cotta in fornace. La cottura durava circa 24 giorni: 3 giorni per caricare in modo corretto i materiali nel forno; 3 giorni di cottura vera e propria; 15 giorni di raffreddamento naturale; 3 giorni per togliere i materiali. Un forno di 70 metri cubi poteva contenere circa 1000 anfore su sette/otto livelli. Per cucinare infornate simili occorrevano 60 metri cubi di legna.
Per impermeabilizzarla veniva stesa all'esterno una sorta di pellicola ottenuta con una sospensione di argilla assai depurata (detta ingobbio), mentre l'interno, a seconda della derrata da trasportare, poteva venir rivestito da una sostanza resinosa che si può riconoscere per il caratteristico odore che emana se sollecitata con una fiamma.
La capacità di un'anfora oscilla tra i 20/25 e i 50 litri.

Madrague de Giens
relitto I sec. a.C.
La sua forma risponde ad alcune regole dettate dal modo di trasporto: imboccatura stretta per non far fuoriuscire il contenuto; corpo capiente per poter trasportare di più in una sola volta; anse robuste ed arcuate per poter sollevare senza rischi l'anfora piena; fondo provvisto di un peduncolo - il puntale - più o meno lungo che consentiva un buon stivaggio nelle navi.
Una volta riempita l'anfora veniva chiusa con un tappo di sughero o di terracotta che veniva sigillato con la pece ed era pronta per la partenza.
Come viaggiavano
Il trasporto via acqua era preferito perché il meno costoso.
In epoca antica per trasportare passeggeri e merci si utilizzavano navi di proprietà privata, i cui possessori stipulavano con lo Stato forniture ed appalti.
Nel I secolo d.C. circolarono nel Mediterraneo almeno 400.000 tonnellate di prodotti alimentari all'anno, per un valore di circa 200 milioni di sesterzi. In quel periodo la paga giornaliera di un operaio si aggirava sui 2-4 sesterzi e una famiglia composta da tre persone spendeva quotidianamente in alimenti circa 6 sesterzi: un chilo di olio di oliva costava 3 sesterzi come otto chili e mezzo di grano da farina, mezzo litro di vino da pasto 3 assi, mezzo chilo di pane confezionato 1-2 assi.

Cadus (anfora per la frutta)
bollo di Pupus Servaeus Tribù Quirina,
da A. Toniolo "Le anfore di Altino",
monogr. di Archeologia Veneta 1993
Tra il I e il II secolo d.C. a Roma venne bevuto un milione di ettolitri di vino ogni anno. Il consumo procapite era superiore ai cento litri annui. Vennero consumate sempre all'anno 22.000 tonnellate di olio di oliva, pari a circa 320.000 anfore, e 500.000 tonnellate di grano.
La capacità media delle navi da carico di I a.C.-I d.C. fu di 330 tonnellate, corrispondenti a poco meno di 10.000 anfore, che rendevano sul mercato circa 2.600 ettolitri effettivi di derrata liquida come il vino.
Le portate utilizzabili erano però assai variabili, per arrivare alle 1000 tonnellate delle navi adibite al trasporto di grano.
A partire dal III d.C. sulle navi di lungo corso si fanno sempre più frequenti i carichi misti, formati cioè da anfore di tipologia e capacità diverse con provenienze geografiche diversificate, che venivano stivate utilizzando vari accorgimenti statici per garantire l'equilibrio dell'imbarcazione: le anfore più ingombranti venivano di solito collocate nel centro della stiva mentre gli spazi a prua e a poppa venivano zeppati con contenitori più piccoli.
Le navi onerarie potevano percorrere circa 500 stadi (1 stadio=185 metri circa) al giorno (per giorno si intendono solo le ore di luce dall'alba al tramonto). Occorrevano sette giorni per raggiungere Alessandria d'Egitto partendo dallo stretto di Messina e Cadice salpando da Ostia; le coste francesi erano raggiungibili da quelle laziali in tre giorni.
Il trasporto via nave incideva sui costi totali dell'operazione commerciale per lo 0.02 rispetto all'1.007 offerto da un carro. Con un'imbarcazione potevano essere trasportati 92.000 chili di merce a fronte dei 386 disponibili su un carro.
Nelle stive le anfore venivano impilate in file parallele, le une sopra le altre, sfruttando gli spazi tra ansa e ansa della fila sottostante per i puntali di quella soprastante. A seconda della grandezza dell'imbarcazione si potevano stivare più livelli fino a quattro o cinque. Per evitare che con il rullio le anfore si urtassero e si rompessero gli interstizi tra l'una e l'altra venivano riempiti con ramaglie o fascine.
Chi fabbricava le anfore
Spesso furono le stesse aziende agricole che si attrezzarono con un proprio laboratorio ceramico per ammortizzare i costi di produzione e di spedizione.
In altri casi le fabbriche erano gestite da operatori singoli che si facevano aiutare da un minimo di mano d'opera pesante oppure da grosse imprese agricolo-commerciali che sfruttavano coltivazioni intensive a monocoltura (vite-olivo) e che utilizzavano a vario livello per le loro transazioni imprenditori che si proponevano come intermediari tra la produzione agricola e quella delle anfore.
E' grazie soprattutto ai bolli se è possibile la comprensione di queste attività. Il bollo era impresso al momento della lavorazione dell'oggetto e di solito indica il proprietario della fabbrica.
Attraverso i bolli si può risalire all'identità dei personaggi, alla loro estrazione sociale, al luogo geografico ove operarono, alla cronologia, al funzionamento interno delle fabbriche. Spesso sui bolli, accanto al nome del proprietario, compaiono altri nomi di estrazione servile che si riferiscono a schiavi o liberti la cui funzione era simile a quella di un attuale direttore di produzione incaricato del buon rendimento del settore a lui affidato, del fatturato giornaliero, della quantità globale.
Che cosa trasportavano
Le derrate trasportate per eccellenza con le anfore furono il vino, l'olio, le salse di pesce.
Il vino fu una componente fondamentale nell'alimentazione antica. Nell'Europa continentale si bevevano anche birra e idromele, che però non attecchirono sui mercati mediterranei per il semplice motivo che non si conservavano a lungo e quindi non potevano affrontare esportazioni su lunghe distanze.
I vini prodotti in ambito mediterraneo, di norma rossi, erano piuttosto pesanti con una gradazione alcolica di circa 18%. Per poterli bere senza effetti collaterali immediati venivano sempre stemperati in acqua preventivamente bollita. Il vino puro era detto merum mentre quello tagliato con acqua vinum. Le regole dell'epoca dettano le proporzioni ottimali per diluire il vino: 80% di acqua e 20 % di vino puro. Bere vino puro del resto era considerata usanza da barbari. L'uomo civile non doveva soggiacere al piacere estemporaneo, immediato, bensì assaporarlo lentamente in compagnia, in uno scambio reciproco di intimità intellettuale. Anche l'Italia settentrionale ebbe i suoi vini doc: lo Spionia che poteva venir invecchiato fino a quindici anni forse della zona di Spina; il Retico molto piacevole al palato del territorio di Verona; l'Hadrianum ottimo a pasto; il Pucinum del territorio di Aquileia che piaceva molto a Livia la moglie dell'imperatore Augusto.
L'olio di oliva fu l'ingrediente grasso maggiormente usato nelle cucine dell'antichità sia a crudo sia per cucinare. Non veniva mai usato da solo per friggere, ma in mèlange con vino, garum, aceto, miele, acqua. Il costo di un chilo di olio di oliva in epoca romana corrispondeva alla paga giornaliera di un operaio, cioè a tre sesterzi. La gente comune consumava olio di semi di ravizzone e di colza, grasso di bue e lardo di maiale. Si produceva anche burro ma non per scopi alimentari, bensì per la medicina.
Nell' Italia di epoca romana l'olio venne prodotto soprattutto dalle regioni adriatiche, dalla Puglia al distretto di Aquileia-Istria. Le salse di pesce furono la novità commerciale di epoca romana. Esse sono un condimento, non una salsa vera e propria, che veniva preparato lasciando marinare pesci a carne grassa in sale marino ed erbe aromatiche. Il primo ricavato era il garum, la parte migliore semiliquida che veniva usata come condimento ovunque si volesse dare un sapore particolare al cibo. Le altre parti del composto erano dette muria, hallec, liquamen. Le regioni che produssero in quantità industriale le salse di pesce furono la penisola Iberica, il Portogallo, il Marocco. Nel IV d.C. mezzo litro di garum veniva pagato 16 denari d'argento come una libbra di sardine; dieci ostriche valevano il costo di cinque grossi carciofi e cioè dieci denari, mentre 100 cozze costavano 50 denari.
Le anfore in Laguna
Come il resto del Mediterraneo anche l'Adriatico settentrionale e in particolare la Laguna di Venezia appaiono investiti nel corso dei secoli dalle varie ondate di importazioni tramite anfore, a partire soprattutto dal II-I a.C. per quanto riguarda la Laguna, dal IV a.C. per alcuni siti perilagunari.
In svariate occasioni sono infatti stati recuperati contenitori di produzione greca, italica, iberica, africana, mediorientale, del Mar Nero che scandiscono con ritmi costanti i flussi commerciali dalla tarda età repubblicana all'impero e al momento tardoantico.
Il momento più interessante per gli sviluppi storici che esso implica in Laguna è proprio quello tardoantico, nel quale si affermò sempre più nettamente la coscienza politica e religiosa della Venetia della Laguna con la formazione di un suo nuovo organismo sociale indipendente (prima da Roma e poi da Costantinopoli), urbanizzato e soprattutto economicamente vitale.
Le indagini archeologiche attuate in questi ultimi anni, alle quali vanno associati i recuperi occasionali, stanno mostrando come ancora tra VI e VIII d.C. la Laguna fosse costellata da strutture insediative e di stoccaggio e ridistribuzione di svariati tipi di contenitori, soprattutto di provenienza africana, mediorientale e meridionale italica.
Contenitori commerciali di epoca tardoantica sono stati trovati in vari siti lagunari.

I due qui riprodotti in foto vengono dall’isola del Lazzaretto Nuovo. Uno di essi è riconducibile alla produzione egeoorientale delle Late Roman 1, prodotte in Siria, Rodi, Cipro e lungo la costa sudorientale della Turchia tra il V ed il VI d.C. Era un'anfora adibita al trasporto di vino, vino che ha raggiunto anche l'arco settentrionale dell'Adriatico soprattutto nel VI d.C. come suggeriscono i ritrovamenti di Fusina, Torcello, S. Francesco del Deserto, Venezia stessa.
Un secondo contenitore si riallaccia a quelle produzioni italiche, soprattutto meridionali, di VI d.C. che assorbirono i modelli formali egeoorientali rielaborandoli localmente. E' opinione che tali anfore italiche fossero destinate a piazze di mercato particolari, quali quelle ecclesiastiche che necessitavano di vino per propri usi interni oltre che per la sfera religiosa. Ma il raggio d'azione di queste produzioni appare più allargato rispetto a quello prospettato solo per mercati selezionati, nel senso che la distribuzione di vino italico meridionale nella tarda antichità deve essere considerata un vero e proprio fenomeno commerciale sulle lunghe distanze.
Anche un altro tipo di anfora è riconoscibile come appartenente alle produzioni tarde dell'Italia meridionale. La sua morfologia caratteristica (spalla ampia tondeggiante, ampie anse curvilinee) la annovera tra i contenitori che trasportavano vino dallo stretto di Messina/Sicilia nordorientale/Basilicata. E' un contenitore dalla capacità di circa 25 litri che deriva da un modello egeoorientale di V d.C., la Late Roman 2. Questo tipo di anfora è abbastanza frequente nei contesti lagunari, anche se è difficile da riconoscere se ci si imbatte in soli frammenti di parete, e stando alle datazioni offerte da altre situazioni stratigrafiche (ad esempio Roma-Crypta Balbi) denota la potenzialità espressa dai traffici commerciali ancora nel l'VIII d.C.

Alessandra Toniolo
Collaboratrice della Soprintendenza Archeologica del Veneto - N.A.U.S.I.C.A.A. (Nucleo Archeologia Umida Subacquea Italia Centro Alto Adriatico).