
trimestrale
di informazione culturale
Archeoclub d'Italia - sede di Venezia
Anno
VII, n. 4, dicembre 1995
I pozzi
"Venezia è in acqua et non ha acqua", così scriveva
Marin Sanudo, storico e cronista veneziano, intorno ai primi anni del 1500.
Costruita dove nessun popolo avrebbe mai ragionevolmente edificato una città, Venezia, circondata dall'acqua salata, ebbe, in effetti, fin dalle sue origini, il problema, di fondamentale importanza, del reperimento dell'acqua potabile.
I primi abitanti delle lagune probabilmente sfruttarono con scavi e rudimentali trivellazioni le falde acquifere superficiali, formate dalle piogge e trattenute dagli strati argillosi (fenomeno ancor oggi riscontrabile in alcune grandi isole della laguna e lungo i litorali).
Ma il trasferimento del governo veneziano nelle isole realtine (811) aggravò il problema dell'approvvigionamento idrico.
La soluzione fu trovata con la costruzione dei "pozzi alla veneziana" di cui ancora oggi rimangono le testimonianze (le "vere da pozzo", alcune autentiche opere d'arte) nei "campi" e in molti luoghi della città.
Il "pozzo alla veneziana" è una struttura complessa che aveva funzioni sia di cisterna (cioè di recipiente per conservare l'acqua), sia di grande filtro per depurare l'acqua piovana.
L'opera veniva realizzata dai "Pozzèri", che formavano un "colonnello", cioè un sottogruppo, dell'Arte o Scuola dei "Murèri", esistente già nel 1200.
L'esperienza dei "pozzeri", che tramandavano di padre in figlio i segreti della particolare tecnica costruttiva, era determinante per l'ottimale sfruttamento dello spazio disponibile e per il buon funzionamento del pozzo.
La costruzione.
Una volta deciso il luogo ove costruire il nuovo pozzo, si procedeva
all'esecuzione dello scavo, in genere non più profondo di 5
metri sotto il livello del "comune marino", cioè del
livello medio del mare.
Le pareti dell'invaso venivano ricoperte con uno strato d'argilla, di 50-60 centimetri di spessore al fondo e di 30 alla sommità. L'argilla veniva a sua volta ricoperta con sabbia pulita, continuamente bagnata.
Sul fondo, al centro dello scavo, veniva posta una lastra di pietra su cui si costruiva la "canna" del pozzo.
Lungo il perimetro della vasca, alla sommità, si ponevano i "cassoni", specie di canali coperti, costruiti a secco. Ai vertici dei cassoni, vi era un elemento verticale di raccordo (la "pilela"), coperto da una lastra lapidea ("sigillo") con ("gatoi").
A completamento dell'opera vi era la sistemazione della "vera da pozzo" e della pavimentazione a falde inclinate verso i "gatoi".
L'acqua, lasciate eventuali impurità più grossolane nei cassoni, veniva filtrata dal letto di sabbia e si raccoglieva alla base della canna per essere poi attinta dall'alto.
L'uso e la manutenzione.
In massima parte i pozzi di Venezia erano di proprietà privata: ancora oggi infatti molte "vere" riportano stemmi e simboli nobiliari, ma l'uso e la manutenzione erano controllati dal governo della Serenissima.
Un'attenta legislazione e numerose magistrature tutelavano la costruzione e la conservazione dei pozzi.
I "Provveditori al Sal", ad esempio, avevano il compito di procurare i finanziamenti necessari; i "Provveditori di Comun" sovrintendevano alla costruzione e preparavano per il Senato le relazioni sulla situazione dell'approvvigionamento idrico; il "Magistrato alla Sanità" provvedeva al trasporto dell'acqua dolce dalla "Seriola" (canale che scendeva dal Brenta) e l'attestava con la "fede di sanità"; il "Magistrato alle Acque" sorvegliava la "Seriola".
I pozzi pubblici venivano aperti due volte al giorno al suono dell'apposita campanella dai "Capi Contrada" che custodivano le chiavi e avevano l'incarico di controllare la quantità e la qualità dell'acqua. Tale controllo veniva esercitato anche dai "Piovani" delle chiese vicine.
Tipologie.
E' difficile con poche note illustrare i vari tipi di "vere da pozzo" presenti a Venezia, ma alcuni elementi stilistici principali possono essere indicati, consentendo in molti casi di determinare l'età delle opere.
1. "Vere" ricavate da capitelli, rocchi di colonna, urne
funerarie.
Sono quelle più antiche. Le primitive popolazioni delle lagune venete riutilizzarono materiali di epoche precedenti per proteggere i pozzi dall'inquinamento e le persone da eventuali cadute.
2. Le prime "vere" costruite (VIII-IX sec.).
Di fattura rozza o accurata a seconda dell'abilità del "maestro tajapiera", sono caratterizzate da intrecci di vimini o di altre decorazioni simboliche (piante, animali), entro archeggiature.
3. "Vere" carolingie (IX-X sec).
Hanno schema cubico e sono decorate con i simboli dell'arte cristiana (croce, albero, acqua, animali).
Un mercato selvaggio saccheggiò fra la fine del XIX e l'inizio del XX
secolo il prezioso patrimonio di questo tipo di vere da
pozzo. Oggi rimangono a Venezia solo pochi esemplari.
4. "Vere" veneto-bizantine (XIXII sec.).
Si afferma il tipo cilindrico con archeggiature sorrette da colonnine o pilastrini.
5. Dal 1200 appare un tipo di vera da pozzo cubico con angoli segnati da un profondo sguscio triangolare. Sulle facce è spesso scolpita un'anfora.
6. "Vere" gotiche a capitello (XIV-XV sec.).
Sono caratterizzate nella parte superiore da una cornice quadrata,
formata nelle forme più semplici da listello, toro, abaco e da quattro alte foglie
d'acqua (che partono da sotto la cornice) agli angoli.
Sul fusto, un'anfora si alterna con uno stemma della famiglia del commitente, con rosette oppure, nei pozzi pubblici, con uno o più leoni marciani ("andanti" o "in moleca").
7. "Vere" a fusto cilindrico (dal 1300) con sovrapposto elemento quadrato ad archetti a tutto sesto o a sesto lievemente cuspidato o trilobato e con unghie agli angoli.
Sono le vere da pozzo che potremo definire tradizionali, probabili produzioni di serie. Nel 1322 il "Maggior Consiglio" decretava la costruzione di 50 pozzi pubblici di questo tipo. Altri 30 furono costruiti nel 1424.
È di questo tipo la "vera da pozzo" che si trova al Lazzaretto Novo.
8. Vere lombardesche a capitello (fine sec. XV - inizio XVI sec.).
In questo periodo le "vere da pozzo" hanno come caratteristiche tipiche le cornici con abaco e torciglione e il fusto elaborato con motivi rinascimentali.
Si trovano prevalentemente in palazzi, di proprietà sia pubblica che privata. Nel 1500 si fa frequente l'uso di iscrizioni latine.
9. Vere pubbliche poligonali o cilindriche (prima metà XVI sec. e oltre).
Con il Rinascimento compaiono vere da pozzo pubbliche con cornice e zoccolo sagomato e con figure nei riquadri (Leone marciano, Santi, ecc.).
10. "Vere" manieristiche o barocche (da metà sec. XVI a tutto il XVII).
"Vere" strutturate con duplice rigonfiamento, spesso con strozzatura centrale. Cornice di coronamento tondeggiante. Zoccolo profilato.
11. Inizi del 1700: le forme diventano più mosse e aggraziate.
12. Seconda metà del 1700: con il Neoclassicismo anche le "vere" si fanno più sobrie.
Verso la fine di questo secolo un provvedimento della Repubblica impone la sistemazione di apposite vaschette sul basamento dei pozzi per dar da bere a cani, gatti e colombi.
13. L'unico caso degno di nota del XIX secolo è la "vera" di Campo S. Polo (la più grande esistente a Venezia: 320 cm. di diametro).
Nel 1858 1'Ufficio Tecnico Comunale censì a Venezia 6.782 pozzi. Con
le isole e con Chioggia si può quindi pensare ad un totale di circa 7.000 pozzi ai tempi
della Serenissima. Oggi ne sono rimasti circa 2.000.
Tra il 1882 e il 1884 fu costruito l'acquedotto. Da allora cessò l'uso dei pozzi, anche se per un certo periodo ad alcuni vennero applicati dei meccanismi di pompaggio.
Quelli in mattoni vennero generalmente demoliti (l'ultima "vera" in mattoni a Venezia centro storico si trovava in corte Fontana a S. Marina; ora rimane solo lo zoccolo in marmo).
Nel corso del XIX secolo un attivissimo commercio di esportazione privò Venezia delle "vere da pozzo" più belle, ora visibili nei musei di Londra, Parigi, Budapest, Mosca e in parchi e ville private.
E lo stillicidio continua.
Anche in questi ultimi anni alcune "vere" sono state rubate, ad esempio dalle isole abbandonate, quali Poveglia e S. Spirito.
Ma anche quando non vengono asportate, sono generalmente trascurate, vergognosamente imbrattate oppure usate per scopi impropri.
Autentiche opere d'arte, testimoni secolari della vita cittadina, elementi insostituibili di arredo urbano, i pozzi meriterebbero, invece, di essere meglio conosciuti e valorizzati ad esempio con iniziative quale un'apposita segnaletica capace di farli "vedere" agli stessi veneziani o con indicazioni particolari all'interno di itinerari tematici ad uso didattico e turistico.
Posti sempre al centro di corti o campielli, i pozzi sono esposti a tutta una serie di rischi di deterioramento derivanti dal particolare ambiente veneziano (umidità, sali, azione di venti e pioggia, alghe e licheni, guano dei colombi) e dalle attività dell'uomo (inquinamento, danni meccanici).
Recentemente si è assistito alla manifestazione di un certo interesse per la conservazione di queste opere, ma le iniziative attuate non sono state omogeneamente programmate quanto a metodologie di intervento (restauri effettuati da più Enti o imprese private con metodi e tecniche differenti, non sempre i migliori).
E comunque si pone a distanza di pochi anni la necessità di manutenzione.
In collaborazione con il Venice Project Center del W.P.I., Massachussets (USA) e con l'organizzazione internazionale Earth-watch, la sede di Venezia dell'Archeoclub d'Italia sta attuando un progetto di censimento informatico dei pozzi veneziani, compresa la verifica dello stato di conservazione e delle eventuali situazioni di degrado.
Andrea Penso
ARCHEOVENEZIA
Trimestrale di informazione culturale A cura deIl'Archeoclub d'ltalia sede di Venezia
Pubblicazione riservata ai Soci dell'Archeoclub
Sede: 30121 VENEZIA Cannaregio 1376 A tel. 715365-722064-613846
Anno V, n.4 , dicembre 1995
Aut. Tribunale di Venezia n. 1050 del 25/2/1991
Tiratura di questo numero copie 2000
Stampa: Tipografia Luigi Salvagno - Venezia
Direttore Responsabile: Donato Belgioioso
Direttore: Gerolamo Fazzini