L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA IN LAGUNA
Il contributo dell'Archeoclub d'Italia

Gli ultimi ani sono stati particolarmente proficui per le ricerche che si sono svolte nel comprensorio della Laguna di Venezia, sia per quelle condotte a terra, sia per quelle subacquee. Particolare impulso è stato dato dal responsabile per l'archeologia subacquea del Veneto, dott. Luigi Fozzati, che attraverso la sensibilizazione di enti e istituzioni locali e una mirata tutela, ha posto tutta l'area sotto il vincolo archeologico. Tale salvaguardia ha arginato le continue e devastanti manomissioni da parte dei clandestini e facendo leva sull'importante apporto delle forze dell'ordine, ha permesso un controllo più diretto degli interventi pubblici e privati sul fondo lagunare. Attraverso l'introduzione nei cantieri di archeologi subacquei esperti ha introdotto, a pieno diritto, la Laguna di Venezia nell'interesse storico e archeologico degli studiosi. Conferma e risultato primo di tale lavoro è la presentazione agli inizi del 1996 della Carta archeologica della Laguna, dove sono state raccolte tutte le informazioni pertinenti a siti archeologici indagati, studiati o a rischio di distruzione, presenti, sopra e sotto la superficie dell'acqua.
Si è così constatato che i reperti giacciono ad una profondità che varia dal metro ai 6/7 metri, a causa di una successione di fenomeni naturali, attivi dall'epoca romana al basso Medioevo, che hanno determinato, con la continua interazione tra l'acqua, la terra e l'aria, i maggiori danni ai materiali antichi. Mentre però nella laguna sud la posizione del coordinatore litoraneo, che procede da Chioggia a S. Nicolò del Lido, è rimasta immutata da 2800 anni ad oggi, la Laguna nord ha la linea di costa, dal porto di S. Nicolò alla foce del Piave, che ha invece subito considerevoli variazioni ambientali ed eustatiche.
L'evoluzione del cordone litoraneo e il conseguente cambiamento degli impianti abitativi, si può determinare in tre fasi successive. In epoca romana la linea di costa si poneva tra il porto di S. Nicolò e la foce del Piave, ma già in epoca romana tardoantica le condizioni climatiche permisero l'ingressione marina causando l'obliterazione delle difese litoranee e portuali. In epoca alto medioevale le popolazioni, in fuga dalle invasioni barbariche del VII secolo, si insediarono nelle aree di Marzabotto, Torcello, Costanziaco, Ammiana e Fossato, difese dal cordone litoraneo attestato tra Scanello, Lio Piccolo e Lio Maggiore e dalla regressione marina già attiva dal VI secolo. L'ultima importante variazione si pone in epoca basso-medioevale, quando venne operata la deviazione del fiume Piave, che scaricando i detriti in mare costituiva nuove isole costiere che verranno a formare l'ultimo baluardo nei confronti del mare.
Da questo momento in poi l'antropizzazione e la conseguente regolazione dei percorsi fluviali hanno profondamente modificato l'aspetto della Laguna, in parte modificando e in parte distruggendo le realtà archeologiche precedenti. Per queste ragioni si era persa la memoria storica dei probabili insediamenti romani e delle frequentazioni delle epoche precedenti, memoria che lentamente e talvolta in maniera frammentaria viene oggi riscoperta nei canali della Laguna. Le prime indicazioni sono venute dai pescatori locali che attraverso la pesca con le reti a strascico e la sacca a leva avevano una dettagliata conoscenza sia della posizione che della estensione delle zone ìarcheologicheî. Poi sono seguite le immersioni esplorative che si sono avvalse anche del contributo di volontari locali. In questo progetto entra a pieno titolo anche l'Archeoclub d'Italia con la sua sede di venezia e con Progetto Marenostrum per l'archeologia subacquea. Infatti attraverso la stretta collaborazione con il Centro Operativo Archeologia Lagunare della Soprintendenza Archeologica del Veneto, si è riusciti ad apportare un valido contributo alle ricerche, sia praticamente attraverso indagini ripetute sul sito di Lio Piccolo, sia stimolando e preparando degli operatori subacquei, che possano salvaguardare l'ambito della Laguna attraverso il 1° Corso di Cultura e di Archeologia Lagunari tenutosi dal 2 al 9 giugno di quest'anno.
Oltre alle indagini, che a terra proseguono in maniera sistematica con i Campi di ricerca estivi, si sono aggiunte quelle che si svolgono nelle acque prospicienti tutta l'isola del Lazzareto Novo, dove attraverso varie ricognizioni, ricerche e rilevamenti si mappano tutti i ritrovamenti significativi. Attendono in seguito un esame di dettaglio i canali Passaora e Tresso, i quali hanno purtroppo subito interventi di dragaggio e scavo, mentre si procederà presto al rilievo di dettaglio di tutto il fronte del Lazzareto che si volge verso il canale di Carbonera. Quest'area presenta una situazione favorevole, infatti non è stata mai monomessa poichè le bricole di delimitazione del canale sono a circa 6-7 metri dalla riva e il vecchio argine in pietra d'epoca austriaca ha permesso una buona conservazione degli strati deposizionali sottostanti. Proprio nell'angolo nord-est, dove questo canale si congiunge con l'ormai interrato corso d'acqua che doveva portare all'antico accesso principale dell'isola è stato ritrovato un probabile approdo composto da una lunga fila di pali relativi ad una passerella lignea.
Prossimamente il sito verrà indagato dalla Soprintendenza, onde salvaguardare i resti e appurare gli eventuali rapporti con il vecchio ingresso e i reperti dispersi nelle fasi di carico e scarico delle merci destinate alla quarantena. Sempre in quest'area si ipotizza la presenza di una discarica o di un riempimento di epoca seicentesca, che già ha fornito una serie di reperti ceramici, contenuti in una ìlenteî stratificamente isolata e ora parzialmente distrutta dall'azione disgregatrice del moto ondoso. Si vuole inoltre ricordare la presenza di materiale lapideo e da costruzione, pertinente ai contrafforti austriaci, disperso lungo le sponde del canal Passaora e carbonera, che si tenterà di recuperare in breve tempo.
Le "sorprese" archeologiche che ci ha riservato quest'isola sono databili a tutte le epoche: dalla selce ritrovata lungo il canal Tresso e ora conservata alla Cà d'Oro, ai frammenti d'anfore e tegole d'epoca romana, alle ceramiche veneziane medioevali e rinascimentali recuperate sulle sue sponde. E, probabilmente, siamo a conoscenza solo di una piccola parte di esse. Ma seppur importanti per il loro valore intrinseco di oggetti-testimonianza, queste scoperte aspettano ora una ricontestualizzazione storica e geografica, che meglio ci faccia comprendere il ruolo di questo brandello di terra, prima che i documenti d'archivio lo definiscano come sede del "nuovo" Lazzareto.
Rossella Cesterback