trimestrale di informazione culturale
Archeoclub d'Italia - sede di Venezia
Anno II, n. 3-4, dicembre 1992
I Camini di Venezia
Nel singolare spazio urbano veneziano, nella scenografia monumentale, vi sono elementi che spesso sfuggono alla sguardo, particolari costruttivi poco considerati, ritenuti "minori" nel complesso storico-architettonico, non visti dai turisti frettolosamente diretti a S. Marco, poco noti anche agli stessi veneziani distratti dall'indifferenza della vita di tutti i giorni.
I camini sono tra questi. Generalmente appaiono come dei fatti accidentali e anomali nel ritmo architettonico.
Strutture al contrario, funzionali rispetto a precise esigenze, svariatissimi nelle forme, caratterizzati nelle tipologie, innumerevoli nella quantità, essi rappresentano, nella multisecolare vicenda edilizia veneziana, soluzioni originali, rispondenti a concreti bisogni, elementi indispensabili per la salute dell'abitazione veneziana.
Molti ancora perfettamente funzionanti, anche se in gran parte bisognosi di interventi di restauro e di tutela, osservati con attenzione, secondo una prospettiva che guardi Venezia dall'alto, consentono di scoprire aspetti particolari dell'ambiente urbano.
Testimoni dell'esistenza privata, permettono di percepire ancora l'atmosfera della vita domestica, facendo quasi sentire i rumori quotidiani, le voci intorno ai focolari, di una città un tempo densamente vissuta e popolata.
Gerolamo Fazzini


IL CAMINO VENEZIANO
Anche se il Boerio (nel suo "Dizionario italiano - veneziano") definisce il "camin": "quel luogo della casa o sia apertura o sia vano per cui passa il fummo", e ne definisce le sue parti nel "fogher" (focolare), "napa" (cappa), "cana" (gola), "castelo" (rocca o torretta), generalmente a Venezia con il termine "camin" si indica la struttura muraria (rocca) che sta al di sopra della linea di gronda.
Nei secoli l'espulsione del fumo delle abitazioni è sempre stato il tormentose dei mesi invernali: morire affumicato o dal freddo.
Generalmente il problema era risolto con un foro nel tetto, da cui usciva però anche una notevole quantità di calore. A questo problema si aggiungevano, soprattutto a Venezia, umidità (specialmente con la nebbia) e salsedine.
Si tenga presente poi la conformazione urbanistica di Venezia: costruita su 116 isole circondate da 176 rii con le abitazioni vicinissime le une alle altre , e di differenti altezze.
Ecco quindi l'esigenza dì un marchingegno per estrarre il fumo dall'abitazione, ma che doveva anche abbattere le scintille a volte causa di furiosissimi incendi (le primitive abitazioni veneziane infatti avevano tetto in paglia) e, particolare non secondario, favorire la circolazione forzata dell'aria nell'abitazione.


COME FUNZIONA IL CAMINO VENEZIANO
Il fumo prodotto dalla combustione è raccolto dalla cappa e convogliato per la canna fumaria fino ad arrivare al "Camin". Ciò avviene soprattutto perché il fumo caldo prodotto dalla combustione per legge fisica tende a portarsi in alto. La parte superiore della "canna" è tappata da una tettoietta per impedire alle pioggia di entrare nell'abitazione.
Il fumo è quindi costretto ad uscire per dei fori laterali e infilarsi fra l'esterno della canna fumaria e uno schermo che ne circonda la parte terminale e ad uscire superiormente.
La forma di questo schermo determina la tipologia del camino.

TIPOLOGIE
FORMA A CAMPANA

Lo schermo che circonda la parte della "cana da camin" si presenta a forma tronco-conica con la sua base maggiore rivolta verso l'alto. La base minore poggia su una serie di mensoline variamente sagomate che creano una serie di varchi con la funzione di "eiettori", per accelerare l'espulsione del fumo e spegnere le scintille. È questa la più classica forma di "camin" veneziano, molte volte rappresentato nei dipinti dei grandi pittori di scuola veneziana, ed è certamente il più funzionale.
Per testimoniare quanta cura i veneziani riservassero a questo particolare, le "campane" erano decorate e affrescate (anche Giorgione e Tiziano lo fecero in alcune abitazioni).
Variazioni della forma a campana erano realizzate con l'accostamento di tre canne fumarie con un unico schermo (palazzo Vendramin Calergi), con le campane a volte modellate a coste (Zitelle), dipinte a vivaci colori.

FORMA A CAMPANA SCHIACCIATA
Lo schermo e vaso d'espansione che ricopre la parte terminale assume la forma tronco-piramidale. Le motivazioni sono da ricercarsi in una modificazione dei gusti e ad una maggior facilità costruttiva. Anche queste forme erano una volta decorate. Le sommità dello schermo assumevano talvolta una forma arcuata(S. Marcuola).

FORMA A DADO
Ulteriore evoluzione della forma a campana (ancora di più semplice costruzione). Il vaso d'espansione assume forma cubica o a parallelepipedo; talvolta l'aspetto estetico era migliorato con elementi aggiuntivi. Caratteristica è la visione di nove camini "a dado" posti nelle case della Ca' di Dio (Castello).

FORMA A FORCHETTA O A TRIDENTE
Facilmente identificabili, erano largamente usate nella campagna veneta e importate in città da muratori che arrivavano dall'entroterra.

FORME CLASSICHE
Il Rinascimento nelle sue varie espressioni artistiche influenza anche nei particolari l'architettura. Grandi artisti fra la fine del XV secolo e la prima metà del XVI si occupano della funzionalità e dell'estetica dei camini: Leon Battista Alberti (1404-1472), Raffaello Sanzio (1483-1520) e Vincenzo Scamozzi (1522-1616) che ne descrissero minuziosamente i rapporti costruttivi. Influenzarono l'aspetto dell'architettura veneziana nel Rinascimento anche i Lombardo (Pietro Solari e i suoi eredi, i figli Tullio e Antonio Sante Girolamo).
Ma a Venezia si continuò prevalentemente a costruire le forme a campana tradizionali.
L'ETA' DEI CAMINI
È una domanda che molti si pongono, ma la risposta non è facile. Neanche l'analisi dei materiali a volte può aiutarci: contrariamente a quanto avviene nel oggi, nel passato tutto il materiale (particolarmente quello edilizio) veniva accuratamente recuperato e riusato.
Forse l'unico "camin" che si può storicamente datare è quello che emerge dal tetto dell'antica Zecca (ora Biblioteca Marciana), perché probabilmente progettato e costruito dal Sansovino. Circa la durata molto dipende dall'abilità dei costruttori. Non va dimenticato che il camino è una struttura edilizia particolare, vincolata solo alla base e continuamente soggetta a tutta una serie di sollecitazioni: clima, agenti atmosferici, calamità naturali (incendi, terremoti, ecc).

NOTIZIE STORICHE
Premesso che l'urbanizzazione a Venezia non avviene prima del IX secolo e che le costruzioni in pietra sono una rarità fino al XI secolo (questo potrebbe essere già un limite temporale), due sono i filoni che testimoniano la venezianità di queste strutture: 1) i documenti, 2) le rappresentazioni pittoriche.

Ricordiamo alcuni documenti:
- Il Patriarca di Grado nel 1069 destina una modesta abitazione al Parroco di S. Silvestro "...cum tota sua cella et domo, et caminatis cum suo solario et aliis caminatis";
- i cronisti Scivos e De Monacis ci ricordano che nel 1284 a causa del terremoto si erano rovesciati quasi tutti i camini di Venezia;
- Giovanni Villani, cronista, scriveva che nel 1384 "....rovinarono infiniti fumajoli - ovvero camini - che ve ne avea assai e belli";
- un anonimo cronista scrive che per il terremoto del 1511 "..sono cazuti per Venezia molti camini et case" e ricorda in un'altra occasione un incendio a Rialto: "era tal vento che si accese fuoco in più di 200 camini";
- Tommaso Temanza, architetto e ingegnere della Serenissiima, scriveva in merito ai camini (nell'Antica pianta dell'inclita città di Venezia delineata circa la metà del XIII sec.")
- "....non è per tanto irragionevole il credere...dopo gli accennati vastissimi incendi .....i veneziani siano stati gli inventori. Le disgrazie fanno che gli uomini aguzzino l'ingegno....se non ritrovarsi notizia di siffatti camini, anteriore alle nostre veneziane memorie, mi pare più che una sufficiente prova".

Vi sono poi le vedute prospettiche della città e soprattutto i dipinti dei pittori della scuola veneziana, che ci danno l'idea della qualità e quantità dei camini veneziani.
Ne citiamo alcune:
- veduta prospettica della città disegnata da Erhard Reuwich per la "Peregrinatio" di Bernhaard von Breydenbach, Magonza 1486;
- pianta prospetica della città attrribuita a Jacopo de' Barbari e pubblicata da Antonio Kolb, Venezia 1500;
- Giovanni Bellini (1425-1516), "La Madonna del Prato", National Gallery, Londra;
- Gentile Bellini (1429-1507), "Miracolo della reliquia della Croce e Procewssione del Corpus Domini", Gallerie dell'Accademia, Venezia;
- Vittore Carpaccio (1465-1526), "Miracolo della Croce e ritorno degli Ambasciatori", Gallerie dell'Accademia, Venezia.
Che il "camin" sia un aspetto costante della struttura edilizia veneziana appare in modo inequivocabile dal rapporto di due stampe: la Venezia di Jacopo de' Barbari del 1500 e una stampa di Pirro Lagorio raffigurante Roma nel 1552: innumerevoli i camini visibili nella pianta del de' Barbari, completamente assenti nella stanmpa del Lagorio.
Ricordiamo infine i dipinti del Canalettoo (1697-1768) e le incisioni di Antonio Visentini (1688-1782). Del Visentini, che traduce in rame i dipinti del primo, sono i due particolari pubblicati, (tratti dal famoso catalogo "Urbis Venetiarum Prospectus Celebriores").
I "MURERI" E GLI "SCOACAMINI"
Riteniamo significativo terminare queste note sui camini ricordando le umili persone che li hanno costruiti e conservati: i "mureri" (muratori) e gli "scoacamini" (spazzacamini).
A Venezia l'associazionismo era consuetudine, anzi legge, fin adalla nascita della città. Vi erano Confraternite aventi soprattutto carattere religioso o di mutuo soccorso (le "Scuole Grandi") e le associazioni di arti e mestieri ("Scuole Minori"), sorte per difendere comuni interessi professionali e sociali.
Il cronista Marin Sanudo contò nel 1501 ben 210 Scuole.
"I mureri" erano una delle più antiche, noti già nel 1200, posti sotto la protezione di S. Tommaso Apostolo e S. Magno Vescovo, avevano l'altare nella chiesa di S. Samuele e la sede all'anagrafico 3216 della Salizada S. Samuele. Ancora oggi si possono notare sulla facciata dell'edificio un bassorilievo con i simboli dell'arte: martello, cazzuola e "archipendolo" e, sull'architrave di una porta, la scritta:" Scola dei M.....", maldestramente cancellata da una zanza in ferro.
Come per tutte le Scuole severissima era l'organizzazione, tutelata e controllata dallo Stato.
Gli aspetti significativi erano: la "mariegola": elenco degli iscritti (matricola) o "madre regola" (codice) che raccoglieva lo statuto, le leggi e i doveri degli associati; l'organizzazione: il sodalizio era retto da un "gastaldo", dal suo vice o "vicario", dai "bancali" (consiglieri), un "massaro" (tesoriere), due "sindaci" (revisori dei conti), uno "scrivano", un "segretario", "un esattore"; i doveri: minuziosamente elencati nella "mariegola": qualità morali e assistenzialismo, doveri verso gli associati, lo Stato, i Committenti; gli organi di controllo dello Stato: severissimi nel far rispettare le mariegole e differenti nelle varie epoche: nessuna riunione delle scuole iniziava senza la presenza del Magistro Delegato. La "prova d'arte", cioè l'esame finale, per diventare "maestro", dopo anni di apprendistato, era per i "mureri" proprio la costruzione di un camino. Gli "scoacamin" sono stati coloro che nel tempo hanno garantito la conservazione dei camini con la loro manutenzione continua. Personaggi caratteristici, generalmente piccoli, neri di fuliggine, portavano a spalla i loro arnesi da lavoro: una scaletta, una corda nera, un fascio di "pungitopo" ed un peso.
Erano 80 a Venezia gli addetti nel 1661, provenienti dalla Val Brembana, dalla Savoia, dalla Val camonica. Abitavano in calle dei "SCOACAMINI" (vicina a S. Marco). Ora sono introvabili. Erano una presenza un po' malinconica, nere figure sullo sfondo di una Venezia che ormai sta scomparendo.
Andrea Penso