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trimestrale di informazione culturale
Archeoclub d'Italia - sede di Venezia
Anno XIII, n. 1 - 4, dicembre 2003 |
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Antiche fortificazioni - I "caselli da polvere" |
Nel corso del 1500 la diffusione delle armi da fuoco (artiglieria
e poi soprattutto archibugi e moschetti) e il conseguente aumento
del fabbisogno di polvere da sparo, portarono anche Venezia alla
necessità di disporre di scorte adeguate di polvere "nera". In molte
città della terraferma veneta (Stato da terra), del dominio
marittimo (Stato da mar) e anche in Laguna, furono costruiti
a partire dalla metà del XVI secolo, entro i complessi fortificati,
molti "caselli" o "torresini da polvere", cioè polveriere usate
per il deposito e per la conservazione della polvere da sparo o
delle materie prime usate per la sua fabbricazione, costruzioni
abbastanza caratteristiche e curiose strutturalmente, con una loro
semplice e particolare geometria edilizia. Nel 1500, come nei secoli
successivi, nel complesso gioco di alleanze e di negoziati, tra
Asburgo, Francia, Spagna, Papato e Stati della Penisola da una parte
e il "Gran Turco" dall'altra, la Repubblica di S.Marco perseguì,
a livello internazionale, una politica di sostanziale equilibrio,
se non proprio di neutralità, con lo scopo fondamentale di non turbare
l'andamento dei suoi commerci. Ma il continuo aggiornamento tecnologico
e l'adeguamento del potenziale bellico erano considerati fattori
da non trascurare per tenere a bada i possibili nemici ed era considerata
importante funzione deterrente tener sempre pronti all'occorrenza
materiali e attrezzature.
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Bergamo - Rilievi
della polveriera inferiore (da U.Cappellini, op.cit.)
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| La
polvere da sparo |
Composta da salnitro
(nitrato di potassio), carbone e zolfo in proporzioni
variabili, la polvere "nera" o polvere "pirica" fu conosciuta
già nell'antichità per giochi pirotecnici o incendiari, ma soltanto
a partire dal 1300 venne utilizzata come propellente per scopi
offensivi. Fin quasi alla metà del 1800 fu l'unico esplosivo universalmente
usato.
Le armi da fuoco, a partire
dalle prime "bombarde" e "pietriere" quattrocentesche, conobbero
un continuo sviluppo tecnologico e progressivamente resero inutilizzabili
le armature e i vecchi sistemi di difesa medioevali.
Verso la fine del 1500, a
fronte di un'ormai estrema varietà di artiglieria in bronzo, la
composizione ottimale della polvere fu così definita: 6 parti
di salnitro, 1 di carbon dolce, 1 di zolfo; a sua volta la polvere
poteva avere un maggior effetto esplosivo, e anche si conservava
meglio, se traformata in piccoli grani ("granita").
Per carbone e zolfo, importati direttamente dai luoghi di produzione,
non c'erano particolari problemi di approvvigionamento, ma altrettanto
non era per l'altro componente, il salnitro.
In natura il salnitro si può trovare sotto forma di efflorescenze
in ambienti umidi, cantine, grotte, stalle, dove è possibile l'azione
dei batteri nitrificanti.
La scarsità di depositi naturali nei suoi territori obbligò Venezia
ad un particolare sistema di produzione sotto il controllo pubblico:
quello delle nitriere. In speciali capannoni (tezzoni)
si raccoglieva la terra ricca di rifiuti organici (in genere escrementi
di greggi di pecore) che veniva diluita con acqua, fatta decantare
in appositi impianti con l'uso di caldaie; quindi si ricavava
il salnitro grezzo.
I tre componenti dovevano poi essere ridotti finemente in polvere
"come veludo", con macine e mortai azionati da cavalli o a mano,
e mescolati insieme; la polvere bagnata, passata con appositi
setacci (crivelli) assumeva infine l'aspetto di piccoli
grani, e a seconda dello spessore detta grossa o
fina.
A Venezia la polvere da sparo si produceva nella prima metà del
1500 dentro l'Arsenale, nel luogo cosiddetto dell'isolotto.
Fabbricazione della polvere e uso delle artiglierie erano affidati
ad un Provveditore alle Artiglierie, eletto dal Consiglio
dei X e poi, dalla fine del secolo, dal Senato.
Un'apposita corporazione, la Scuola dei Bombardieri,
costituita nel 1500, sotto la protezione di S.Barbara, con l'altare
nella chiesa di S.Maria Formosa, raggruppava gli artiglieri e
quindi i sempre più numerosi archibugieri, con scopi
di addestramento, ma anche di devozione e di assistenza.
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Santa Barbara protettrice dei Bombardieri
(da U.Cappellini, op.cit.)

Il casello da polvere nel Forte di S.Felice
a Chioggia (G.B.Stefinlongo, op.cit.) |
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| I
caselli da polvere |
Si
ha notizia che già nella prima metà del '500 esistevano depositi
di polvere da sparo in varie fortificazioni veneziane nelle città
dell'entroterra, come ad esempio a Bergamo. A Padova c'era anche
una vera e propria fabbrica di polvere. La struttura di questi caselli,
torresini o torrette da polvere veneziani era abbastanza tipica,
rispondente alla semplicità e al rigore dell'architettura militare,
ed era funzionale allo scopo: un parallelepipedo di base sormontato
da una piramide. La base aveva grossi muri in laterizio, da 1 a
2 metri di spessore, rivestiti esternanente da blocchi di pietra
viva, con un ingresso angusto e piccole finestre con inferriate
o "a feritoia". La piramide superiore era costituita da una volta
in mattoni, quindi da uno strato di conglomerato di calce e pietrame,
rivestito da blocchi di pietra che formavano un tetto molto spiovente
definito "anti-bombarda", cioè in grado di resistere eventualmente
ai proiettili non esplosivi allora in uso e farli rotolare giù.
Una copertura in lastre di piombo garantiva l'impermeabilità. Al
vertice, come si vede in alcune raffigurazioni, c'era una sfera
di pietra, a volte con una croce o una bandieruola segnavento. Nelle
isole della laguna di Venezia furono costruiti almeno una
ventina di caselli da polvere, alcuni sembra già prima,
ma la maggior parte dopo, il terribile incendio dell'Arsenale del
1569, per allontanare il rischio di esplosioni dal centro abitato
e probabilmente anche per decentrare le scorte. Ma è soprattutto
fuori di Venezia che ne furono realizzati, essendo la disponibilità
di polvere nera di fondamentale importanza per le difese veneziane.
Sembra, ad esempio, che proprio la carenza di polvere da sparo fu
una delle cause di disfatta nella primavera del 1571 per la fortezza
di Famagosta e quindi per la perdita di Cipro con il sacrificio
di Marcantonio Bragadin. Invece, l'abbondanza di bocche da fuoco
sulle quattro galeazze veneziane fu elemento di vittoria qualche
mese dopo a Lepanto. Ancora oggi alcuni caselli da polvere si possono
ritrovare conservati in buone condizioni, come ad esempio a Bergamo,
dove due, insieme alle mura veneziane, sono rimasti quasi intatti,
in particolare quello inferiore, privato, recentemente restaurato,
visitabile. Nella laguna di Venezia solo quattro caselli
sono tuttora esistenti: due nell'isola del Lazzaretto
Nuovo, uno alla Certosa e uno entro il
Forte di S.Felice a Chioggia dentro a un magazzino.
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Dall'Isolario di A.Visentini, Il Lazzaretto Nuovo, 1777 (part.)
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Altri esistevano al Lazzaretto Vecchio, a S.Lazzaro, a S.Clemente,
a S.Spirito, S.Giorgio in Alga, S.Secondo e in quasi tutte le altre
isole che circondano Venezia. Nell'isola di Sant'Angelo della Concordia,
presso Fusina, detta poi S.Angelo della Polvere, fu trasferita la
principale fabbrica di polvere da sparo di Venezia, dopo l'incendio
dell'Arsenale. Per i collegamenti, furono costruite in Arsenale
due barche apposite, "burchielli coperti", adibiti al trasporto
degli esplosivi. I quattro caselli lagunari superstiti, anche se
rimaneggiati, per quanto riguarda soprattutto le coperture che sono
state rialzate e modificate in epoca ottocentesca, conservano ancora
elementi strutturali particolarmente interessanti. Per combattere
l'umidità, ad esempio, sotto ai pavimenti in legno, rialzati di
circa un metro rispetto al piano campagna, vi sono cunicoli
e intercapedini, accessibili per ispezioni, con prese d'aria
nei muri perimetrali. I due caselli del Lazzaretto Nuovo, chiusi
entro mura che li separano dalle altre zone di isolamento sanitario
(contumacie) e con ingressi esterni indipendenti, hanno
entrate chiuse da grossi portoni in legno con due catenacci
fissati a piombo nella pietra d'Istria: le chiavi per poter aprire
queste polveriere infatti erano due, una delle quali conservata
dal Patron e l'altra dal Massaro dell'Arsenale. Una volta al mese,
il capo dei bombardieri di Venezia e il Massaro, con le
due chiavi, si trasferivano nelle isole per far prendere aria ai
depositi.
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Lazzaretto Nuovo, Casello Est,
Ingresso con leone marciano |
I due personaggi raffigurati nel Teson Grande nell'angolo interno,
prospiciente il casello ovest, sembrano curiosamente rappresentare
questa scena che evidentemente può aver colpito la fantasia di qualcuno
che si trovava colà. Ed è stata "fotografata".
Un personaggio
importante (forse il Massaro dell'Arsenale?) sembra porgere
qualcosa (le chiavi?) al soldato con elmo piumato e alabarda,
secondo la moda della seconda metà del '500. Le guardie che stavano
di sentinella ai caselli, infatti, sappiamo che dovevano usare solo
armi bianche come lance e alabarde per evitare pericoli di scoppi.
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I due personaggi disegnati in Teson
Grande (II metà XVI sec.) |
| I due
caselli da polvere cinquecenteschi del Lazzaretto Nuovo,
restaurati una decina d'anni fa dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici
e Ambientali di Venezia su iniziativa del Soprintendente arch. Margherita
Asso, direttore dei lavori arch. Mario Piana, e recentemente riallestiti,
con vetrine espositive quello est e come biblioteca-archivio quello
più piccolo ad ovest, saranno inseriti nel nuovo percorso
di visita dell'isola a partire dal mese di aprile 2004. |
Casello da polvere Ovest |
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