|
|
 |
trimestrale di informazione culturale
Archeoclub d'Italia - sede di Venezia
Anno XV, n. 1 - 4, dicembre 2005 |
|
|
Il ferro a Venezia |
Usato fin dall'antichità per le
sue caratteristiche tecniche che in molti casi lo rendono insostituibile,
il ferro, malgrado la scarsa resistenza alla corrosione in ambiente
marino, è storicamente un materiale assai utilizzato anche a Venezia,
nelle imbarcazioni e costruzioni navali e nelle opere architettoniche,
sia nelle parti strutturali che in tutti quei manufatti che sono
elementi decorativi, ma contribuiscono nello stesso tempo anche
alla protezione degli ambienti.
Foto 1 - Venezia,
Basilica di S.Marco, Arco Maggiore, “Mestieri: il fabbro” (sec.XIII)
|
 |
|
|
| L'Arte
dei Fabbri |
Tra le associazioni di arti e mestieri,
dette a Venezia Scuole Minori, che regolavano il mondo
del lavoro stabilendo rigide regole di appartenenza e di controllo,
la Scuola dei Fabbri (Fravi) era una delle più
antiche e numerose. A Venezia si ha notizia dell'esistenza di
una corporazione di fabbri già intorno all'anno 1000. Molte erano
le specializzazioni lavorative (colonnelli): nel Capitolare
del 1271 sono elencati oltre ai fravi veri e propri, i calderèri
(calderai), i coltelèri (coltellinai, in seguito uniti
agli spadèri), gli strassa fèri (ferrivecchi),
ecc. I santi protettori erano Sant'Eligio (a Venezia: Sant'Alò),
San Liberale, San Giovanni Battista e San Carlo Borromeo. Gli
iscritti alla corporazione erano in gran parte forestieri,
soprattutto provenienti dal terrorio milanese; si riunirono dapprima
nella Chiesa dei Frari, poi nella chiesa di S.Moisè, nei pressi
di piazza S.Marco, dove edificarono un altare, davanti al quale
tuttora si conserva una lapide sepolcrale intitolata all'Arte.
A fianco della chiesa di S.Moisè, oggi inglobato nella facciata
di un hotel, è ancora riconoscibile un piccolo edificio, con un
bel cancello d'ingresso opera di Umberto Bellotto, sede della
Scuola dei Fabbri, che aveva al primo piano la sala del
Capitolo (l'assemblea degli iscritti), con un altare
ligneo dorato. Nel 1773 l'arte dei Fravi contava a Venezia
224 botteghe con 573 iscritti tra capi-mastri, lavoranti e
garzoni.
Foto 2 Ingresso
della Scuola dei Fabbri, S.Moisè
|
 |
|
| Le
miniere |
Difficile
da produrre e da lavorare, il ferro è sempre stato un materiale
costoso; nel corso dei secoli, inoltre, è sempre servito come materiale
bellico: per uno Stato, il possesso di miniere e di luoghi di lavorazione
era dunque una questione di vitale importanza. La Serenissima aveva
miniere di ferro e di rame nelle zone montane dell'agordino, dello
zoldano, del bresciano e del bergamasco, fino ai confini del territorio
milanese. Ogni zona aveva quasi sempre, oltre alle miniere, anche
i forni e le fucine per lavorare il metallo, al fine di arrivare
sia a prodotti finiti, sia a semilavorati che venivano commercializzati
sotto stretto controllo delle autorità. In special modo le fabbriche
di armi erano soggette a controlli molto rigidi, in riferimento
alla produzione (in termini di qualità e quantità) e agli spostamenti
degli armaioli stessi, fino al divieto d'espatrio. Dalle vallate
dello zoldano, del Comelico e del Cadore arrivavano chiavi, attrezzi
da lavoro, chiodi e ferro in barre, il tutto trasportato con le
zattere lungo il Piave o il Brenta.
|
|
| Le
maestranze |
La Serenissima favoriva in molti
modi l'immigrazione di artigiani specializzati dai territori della
terraferma. Un esempio particolare entro i confini della Repubblica
si ha con la città di Serravalle (l'odierna Serravalle di Vittorio
Veneto), dove nel Quattrocento si registra un notevole incremento
demografico, a seguito dell'arrivo di immigrati dal bergamasco,
dal Cadore e da altre parti d'Italia, che renderanno famosa questa
città almeno per tre secoli per la produzione di armi bianche.
A Venezia un caso singolare di immigrazione si ha con le maestranze
lombarde e in particolar modo con la comunità originaria di un
paese, Premana, situato in Alta Valsassina, sopra Lecco, nel cui
territorio si trovavano miniere di ferro già usate in epoca romana.
Da questa zona, posta sotto il Pizzo dei Tre Signori (al confine
tra Ducato di Milano, Cantone svizzero dei Grigioni e Repubblica
di S.Marco), provenivano artigiani che praticavano i mestieri
di fabbro, di calderaio o di coltellinaio e che ritornavano, a
periodi alterni, al paese d'origine; attivi anche all'interno
dell'Arsenale marittimo, ma soprattutto in officine e botteghe
sparse in tutto il contesto cittadino. L'apice di questa presenza
viene raggiunto nel 1769 con 139 botteghe premanesi a Venezia,
di cui 108 officine da fabbro o calderaio, molte delle quali contraddistinte
da nomi ed insegne pittoresche. Ancora oggi, tra le ultime botteghe
o ditte di fabbri e coltellinai rimaste a Venezia e dintorni,
buona parte sono di oriundi premanesi. Tra queste va ricordata
la storica bottega Tenderini al ponte del Soccorso (Fondamenta
Briati, Dorsoduro) che è documentata dal 1682.
Innumerevoli manufatti premanesi rimangono testimoni nelle calli
veneziane, in chiese e monumenti, e inoltre armi conservate a
Palazzo Ducale, strumenti chirurgici all'Ospedale Civile, decorazioni
sulla Torre dell'Orologio, tiranti in ferro del Ponte di Rialto,
fino alle casseforti di alcuni istituti bancari e alle recenti
decorazioni del ricostruito Teatro Fenice.
Foto 3- Parapetto
in ferro del Ponte del Borgoloco a S.Maria Formosa,
opera di un fabbro premanese "monarchico" che compone il lavoro
ripetendo innumerevoli volte la sigla "W V E 3" (Viva Vittorio
Emanuele Terzo).
Circa
una trentina di cognomi di famiglie, ormai oggi stabilmente residenti
a Venezia, sono di origine premanese; tra questi, ad esempio,
Bellati, Bertoldini, Fazzini, Gianola, Pomoni, Ratti, Rusconi,
Spazzadeschi, Tenderini, ecc. Tuttora esistente a Venezia è
un'associazione che unisce molte di queste famiglie, dal 1676
denominata "Scuola di S.Ilario e S.Rocco tra i Premanesi
residenti a Venezia", una tra le poche confraternite sopravvissute
alle soppressioni napoleoniche e ai tempi moderni.
|
|
| Toponomastica |
|
Le fucine veneziane non erano particolarmente ampie e servivano
per la produzione del necessario per la vita civile. A dimostrazione
della loro grande diffusione rimangono in città molti toponimi:
es. Calle dei Fabbri, Riva del Ferro, Calle del Calderèr, Calle
delle Ancore, ecc. Il fatto che, malgrado le severe leggi antincendio
della Serenissima, le fucine non siano state trasferite altrove,
come avvenuto a Murano con i vetrai, indica come fosse necessaria
la presenza di queste botteghe direttamente nel cuore del tessuto
urbano. Una passeggiata con sguardo attento tra le calli permette
di mettere a fuoco una infinità di oggetti in ferro normalmente
trascurati, come ad esempio i tiranti per i campanelli
con i rinvii (piccole leve sagomate) che servivano a far suonare
la campanella dentro l'appartamento tramite un filo metallico; oppure
le bandelle dei portoni, che qui a Venezia hanno una forma
caratteristica, o la varietà di grate, inferriate, lampioni, strumenti
in ferro per porte e finestre, serramenti, maniglie, cardini, ecc.
Quello che colpisce è la cura della esecuzione e la raffinatezza
del disegno. Come l'ebanisteria e l'oreficeria anche la produzione
fabbrile veneziana è un mondo di oggetti raffinati. Le inferriate
veneziane trovano il loro parallelo stilistico nel merletto, il
disegno si sviluppa sempre in due dimensioni, lo spessore del materiale
impiegato è quasi irrilevante ai fini della composizione. Certo
le rostre del Fondaco dei Tedeschi, con il loro spessore possente
danno senza dubbio una impressione di forza, come pure la porta
della Zecca, ora porta d'ingresso della Biblioteca Marciana, tuttavia
il disegno si sviluppa sempre senza quegli interventi di deformazione
plastica o di tridimensionalità che possiamo ritrovare in centro
Europa (Vienna o Praga) o la ridondanza delle opere francesi ricche
di fogliame e decorazioni applicate. Le opere in ferro nascevano
con le architetture e ne riprendevano gli schemi geometrici nei
disegni, in questo modo i manufatti si “fondevano” con il contesto.
Anche dal punto di vista tecnico le opere veneziane rispondevano
a criteri di semplicità costruttiva, con l'uso di elementi modulari
uniti tra loro da fascette sagomate (collarini). Cambiamenti
sostanziali si rilevano a partire dal XIX sec. con l'introduzione
massiccia di motivi geometrici e decorazioni in piombo. Persino
l'intreccio delle inferriate cosiddette “alla galeotta” è tipico
di questa città e si ritrova in Veneto con grande frequenza. Cambiando
regione muta anche il modo di “intrecciare” tra loro le barre forate.
L'esempio più imponente di questa tecnica sono senza dubbio le inferriate
delle Prigioni, un lavoro mastodontico per l'epoca, sia per la quantità
di materiale impiegato, sia per l'impegno fisico necessario agli
artefici nel costruirle.
Foto
4/5 - Calle dei Fabbri Riva del ferro |
|
| L'arsenale |
|
Un
esempio singolare di inferriata esterna viene dalla Porta di Terra,
unica apertura verso la città dell'Arsenale, ridisegnata nel XVII
secolo a scopo celebrativo, protetta da una possente ma elegante
chiusura in ferro e bronzo. La presenza stessa di certi tipi di
materiali diventa evocativa di un chiaro messaggio di potenza, esaltato
dal portone in rame sbalzato. Tutte le parti principali del monumento
sono costruite con materiali fondamentali per la costruzione delle
armi. Il rame infatti serviva per fabbricare il bronzo dei cannoni.
E non poteva essere altrimenti: la potenza di uno Stato si manifesta
anche palesando la disponibilità di materie prime e la capacità
di lavorarle. L'Arsenale nei secoli tra il XV e il XVII fu il più
grande complesso industriale d'Europa. In questa “cittadella del
lavoro”, che produceva solo in funzione militare, erano impiegati
fin oltre 10.000 tra marangoni, segadòri, fornaciai, remèri,
calafàti, cordèri, bombardieri, calderèri, fravi. Questi ultimi
a metà Cinquecento erano circa 40, ma il mestiere del fabbro in
Arsenale non era molto ambìto, pur offrendo sicuri vantaggi come
posto fisso e alloggio per i capi-mastri.
|
| Le
imbarcazioni |
Al Museo Storico
Navale è ben visibile l'uso del metallo nelle imbarcazioni di vario
genere, dalla galea alla gondola, senza contare poi tutte
le navi moderne e le corazzate, costruite interamente in metallo
a partire dal XIX sec. Tutte le barche tradizionali erano dotate
di ferri di prua con lo scopo di decorare, oltre che proteggere
dagli urti, la parte frontale dello scafo ed ogni imbarcazione aveva
(ed ha) la sua tipologia di ferro prodiero. Di questi il più celebre
in assoluto per la forma caratteristica è il ferro da gondola
o dolfin (delfino), che molte leggende ha fatto nascere sul
suo significato simbolico. La dimensione e la forma dei ferri da
gondola sono cambiati nel tempo e si sono evoluti parallelamente
a questa imbarcazione che per le famiglie nobili era l'equivalente
di una carrozza. La gondola aveva funzione di rappresentanza e nel
XVII sec. fu soggetta alle leggi suntuarie che ne limitarono lo
sfarzo. I ferri, da alti, decorati e dorati, si ridussero di dimensione
e rimasero in ferro “satinato”, cioè pulito con pietre abrasive
e sabbia, in modo da mettere in evidenza il vero colore di questo
materiale che è del tutto simile all'argento. L'introduzione dell'acciaio
inossidabile nel secondo dopoguerra, salutata come una liberazione,
ha comportato la repentina scomparsa dei tradizionali metodi di
fabbricazione. Complice l'appiattimento generale del gusto, i ferri
hanno subìto cambiamenti formali per essere adattati alle macchine
utilizzate per fabbricarli o per sveltirne la produzione. Così facendo
però sono stati eliminati importanti particolari che facevano dei
vecchi feri de prova delle vere e proprie opere d'arte. Come molti
altri manufatti, i ferri da gondola venivano forgiati fuori Venezia,
a Premana e in val di Zoldo, le notizie in merito sono scarsissime
e solamente al Museo Civico Etnografico di Premana si conservano
testimonianze di questa attività. Oggi Ermanno e Alessandro Ervas
sono gli unici a riproporre i vecchi metodi di costruzione, eseguendo
anche riproduzioni da originali d'epoca.
Foto 6
- Ferro da gondola in lavorazione in Arsenale
|
|
| Tra '8oo e '900 |
|
L'arte del
ferro a Venezia tra le fine del 1800 e il 1900 ha raggiunto ottimi
livelli con i lavori di alcuni fabbri che parteciparono anche
alle progettazioni di nuove architetture, collaborando con i maggiori
architetti del periodo. Il più conosciuto è Umberto
Bellotto, legato al fascismo, il quale ha lasciato numerosi lavori
in città: i lampioni delle Mercerie, i ferri della Banca
d'Italia a Rialto, trofei per le regate storiche, ecc. Tra le
sue opere ricordiamo anche la ringhiera della tomba di Dante a
Ravenna e i lavori per l'allora rinnovato Palazzo Venezia a Roma,
ispirati a quelli rappresentati nei quadri del Carpaccio ed alla
Venezia rinascimentale.
Foto 7 – Umberto Bellotto, Ex Cinema “Teatro Italia”,
Venezia, Cannaregio
|
 |
| Oggi |
|
Come
tutti i mestieri artigiani, purtroppo anche l'arte fabbrile risente
attualmente, in particolare a Venezia, della mancanza di un adeguato
riconoscimento culturale.
Leggi scellerate, con la cieca pretesa di norme univoche, costringono
le antiche fucine ad una drastica limitazione delle loro produzioni,
se non addirittura alla chiusura, vietando ad es. l'uso della forgia,
senza indicare modi o opportunità alternative. Ciò
sta avvenendo, tra l'altro, in una città dove le condizioni
ambientali sono nemiche dei manufatti in ferro e dove sarebbero,
invece, necessarie continue attività di manutenzione e di
restauro.
In questa ottica di recupero della memoria, ai fini della conservazione
di tecniche e sistemi tradizionali di lavorazione, recentemente
anche l'Archeoclub di Venezia ha cercato di dare un suo contributo,
organizzando nel 2005 un workshop scientifico e didattico di Archeo-metallurgia
in collaborazione con l'Istituto di Studi Militari Marittimi della
Marina Militare Italiana ed in collaborazione con la Soprintendenza
per i Beni Archeologici del Veneto, tramite la riapertura e la fruizione
delle antiche officine nell'Arsenale di Venezia, grazie anche alla
entusiastica partecipazione di alcuni fabbri maestri d'arte ancora
attivi a Venezia e dintorni.
Foto 8 - Al lavoro in Arsenale con
la forgia ottocentesca recentemente ripristinata |
 |
|
|