trimestrale di informazione culturale
Archeoclub d'Italia - sede di Venezia
Anno IX, n. 3-4, 1-2 marzo-giugno 1999
I Giardini Veneziani
Vista dall'alto Venezia appare come una città molto verde.
Nel fotopiano del 1981, come nella veduta prospettica che Jacopo de' Barbari ci ha lasciato esattamente 500 anni fa, compaiono moltissimi giardini e orti, entro parchi, conventi e corti private, sia nelle aree periferiche e nelle isole della laguna, che, non di meno, nelle zone centrali, a S. Marco o lungo le rive del Canal Grande.
Nascosti spesso da alti muri e tolti quindi alla vista dei passanti, secondo un principio di spazio chiuso, privato e privilegiato, i Giardini veneziani costituiscono un grande patrimonio storico-architettonico e botanico, poco conosciuto o anzi generalmente ignorato, ma sicuramente bisognoso di tutela e valorizzazione, ponendo non pochi problemi di conoscenza, ai fini della sua conservazione e manutenzione.
Con questo numero di ArcheoVenezia, che esce in occasione dell'incontro di Architettura e Cultura Urbana "Le isole e i Giardini nel Paesaggio della Laguna di Venezia (Venezia 15-16 maggio 1999, IUAV Tolentini - Isola del Lazzaretto Nuovo), abbiamo inteso stimolare un dibattito e dare un contributo in tal senso, nell'ottica di un preciso impegno al servizio dei Beni culturali che come associazione da anni stiamo conducendo nel territorio veneziano.
Gerolamo Fazzini


VENEZIA: I GIARDINI NEL TEMPO
Sono passati dieci anni dalla pubblicazione del mio lavoro dedicato al patrimonio di verde storico della città di Venezia e mi sembra una buona occasione quella offerta dall'Archeoclub per fare il punto e una rilettura critica su quanto era stato scritto ed illustrato allora.
La ricerca che avevo svolto in quegli anni si presentava con un buon grado di novità: non esisteva infatti ancora nel territorio nazionale un testo che avesse raccolto una documentazione completa sul complesso dei giardini storici di una città: mentre già dai primi anni del 1900 infatti, alcune pregevoli opere di studiosi, italiani e non, avevano fatto conoscere i giardini più significativi di celebri ville disseminate nel paesaggio veneto, toscano o romano, non era mai stata compiuta, e quindi pubblicata, una catalogazione "a tappeto" del verde storico urbano, catalogazione che potesse far conoscere non solo lo straordinario e particolare paesaggio del "giardino di città", ma anche le caratteristiche architettoniche, tipologiche, vegetali, ecc.
Il caso Venezia non era quasi mai stato considerato per il valore dei suoi spazi verdi e quindi, per avviare una ricerca sistematica, era stato necessario mettere a punto una serie di premesse di carattere metodologico che avrebbero costituito delle regole per operare nonché delle categorie in cui raccogliere i vari dati: si doveva stabilire ad esempio con quale criterio scegliere gli episodi da censire, quali strumenti utilizzare, quali schede e quale grado di approfondimento esse dovessero avere.
Il Fotopiano della città di pochi anni precedente il lavoro, costituì uno strumento preziosissimo per una prima lettura del fenomeno nel suo complesso oltre ad una parallela raccolta di quanto era stato scritto, fino ad allora, sulla storia dell'editoria, sull'attività, interessantissima, delle numerose farmacie corredate da piccoli orti botanici, infine sulle vicende dei palazzi veneziani, dove alcune v vi era anche un accenno alla presenza del giardino.
Un secondo importante strumento fu il testo scritto alla metà del 1500 da Francesco Sansovino, testo molto dettagliato anche nella descrizione del verde urbano, dagli orti dei conventi, agli orti botanici privati, ai giardini di piacere e devo dire che fu una piacevole sorpresa, dalla lettura del testo e dal parallelo confronto con l'incisione eseguita ai primi anni del 1500 da Jacopo Dè Barbari, conoscere quanto peso avesse allora il verde coltivato nel dar forma alla città, soprattutto nelle sue aree di margine. Emblematico a questo proposito il tratto della Giudecca rilevato dal Dè Barbari là dove la teoria di giardini e di orti si sussegue senza soluzione di continuità riportando l'immagine ormai perduta di un paesaggio assolato e lussureggiante, aperto verso la laguna.
Il giardino di palazzo emerge con molta chiarezza all'interno della larga fascia di verde, generalmente si tratta di uno spazio allungato e cinto da mura, orientato verso il sole e scandito dal susseguirsi di una serie di elementi compositivi: la corte innanzitutto, concepita come il prolungamento dell'androne da cui spesso è separata da un trasparente loggiato. Da un basso muro di separazione, a volte segnato da un cancello o da una coppia di statue, si entra nel giardino disegnato dalle geometrie delle siepi di bosso attraversato o bordato da lunghe pergole fino all'ultimo episodio, una macchia di alberi ad alto fusto, posti a concludere l'area e a segnare l'eventuale presenza di un secondo accesso dall'acqua o di un piccolo casino.
Questa tipologia, così chiaramente leggibile nella Giudecca del XVI secolo, è stata la regola strutturante il tracciato di quasi tutti i giardini veneziani di palazzo: il tessuto urbano infatti appare ancor oggi, nonostante molte frammentazioni o abbattimenti, caratterizzato dalla presenza di spazi verdi storici che ripetono più o meno le medesime caratteristiche di impianto, raccontando di come fosse forte per i veneziani, anche nei sestieri di centro molto fitti di edificato, l'esigenza di ricavare, all'interno del proprio lotto di pertinenza, un piccolo angolo di verde, nascosto alla vista perché allungato sul retro del palazzo, chiuso da muri, luogo privilegiato di silenzio e bellezza, amato e coltivato con passione a discapito delle difficoltà oggettive, come l'acqua alta o l'ombra eccessiva.
La storia dell'amore dei veneziani per il proprio giardino continuò per tutto l'Ottocento, quando anche a Venezia giunse l'eco dei successi dello stile informale e fu proprio in uno dei primi giardini pubblici della città, quello progettato dal Selve ai primi anni del secolo al di là dell'attuale via Garibaldi, a venire realizzata, a conclusione della rigida geometria delle "allées" di chiara influenza francese, una montagnola - belvedere coperta di un boschetto di alberi e cespugli sempreverdi attraversato da sentieri sinuosi.
È l'inizio di un altro periodo fecondo per alcuni giardini della città: dal grande parco voluto dai Papadopoli a S. Croce, inventato come un susseguirsi di scene da Francesco Bagnara e dominato dalla sequenza delle serre e della grande voliera in ferro, al giardino seicentesco dei Rizzo Patarol alla Madonna dell'Orto, ridisegnato in forma sinuosa con dislivelli, grotta ed anfratti, al belvedere alberato che segnava il recinto di verde del giovane Orto botanico di S. Giobbe, fino all'episodio più straordinario che l'inglese Frederic Eden volle realizzare, negli ultimi anni del secolo, in un vecchio orto di carciofi posto lungo il lato meridionale della Giudecca, forse memoria di un giardino cinquecentesco ben più famoso.
Questo giardino di fine Ottocento, disegnato seguendo i consigli di una tra le più note giardiniere - paesaggiste del tempo, l'inglese Gertrude Jekyll, autrice di più di cento giardini realizzati in Inghilterra per le ville di Edwin Lutyens, era un luogo affascinante che raccoglieva in sé memorie di mondi lontani come le citazioni colte dei giardini d'Oriente, ma anche elementi tratti dalla tradizione locale, veneta o veneziana. Aveva pergole lunghissime bordate da teorie di gigli bianchi, aveva piccole corti in mattoni corredate da grandi vasi di agrumi, aveva una vasca cinta di spalliere di rose, aveva una assolata passeggiata lungo il bordo della laguna profumata dalle fioriture dei pittosfori.
Il racconto e le tappe della sua costruzione furono raccolte dal proprietario in un diario, pubblicato a Londra nei primi anni del 1910, "A garden in Venice", di cui si può ancora recuperare una copia alla Biblioteca Marciana di Venezia.
La cura di questo luogo memorabile passò poi ad Aspasia di Grecia che piantò, a ricordo della bellezza esuberante della sua terra, melograni, ulivi e corbezzoli. Alla sua morte iniziò anche la decadenza del giardino che ora "sopravvive" ma ha perduto il suo equilibrio compositivo: era stato infatti concepito e disegnato con amore e sapienza ma la sopravvivenza dell'alternarsi sapiente dei suoi pieni e dei suoi vuoti, di sole ed ombra, delle lunghe prospettive verso la laguna, esigevano rispetto e continuità, non soltanto la manutenzione che potrebbe avere un qualsiasi campo di gioco.
Purtroppo quanto scritto sul giardino di Frederic Eden potrebbe essere scritto su moltissimi giardini di Venezia: a parte alcuni casi fortunati, che stanno aumentando ma che sono ancora troppo pochi rispetto al grande patrimonio di verde che ancora esiste in città, il giardino viene mantenuto perché sopravviva ma non viene purtroppo curato perché viva: i problemi spesso sono simili, eccessivo sovraffollamento degli alberi con conseguente crescita stentata di quelli ad alto fusto e scomparsa del sottobosco, proliferare degli infestanti e delle malattie fungine, scomparsa del prato causata dall'aumento dell'ombra, destinazione di parte dell'area a deposito di ogni genere, sbarramento degli storici accessi dal canale che costituivano un tempo la conclusione della prospettiva centrale caratterizzante la maggior parte dei casi. Generalmente questi problemi testimoniano una scarsa considerazione del giardino inteso come manufatto costruito a fini estetici con materiale vivente e, come tale, evento di estrema fragilità che esige cure continue che mantengano nel tempo armonie, equilibri e proporzioni.
A questo c'è da aggiungere che, in questi anni di crescente e generico entusiasmo per l'ambiente e il giardinaggio, molti giardini storici veneziani sono stati intaccati dall'inserimento di elementi vegetali incoerenti con l'assetto originario o, comunque con il loro valore, compromesso dalla comparsa di bordure di azalee, camelie, nandine, o, nel peggiore dei casi dalle orrende begoniette, che comunque sono diventate l'arredo consueto anche degli Ottocenteschi Giardini della Biennale: se già il proliferare degli alberi di Natale piantati in tutto il dopoguerra ha compromesso in tutto il Nord Italia il paesaggio di parchi e giardini storici, questo rinnovamento dell'amore per il verde sta portando, se non condotto con grande attenzione, a disastri che vengono interpretati nella maggior parte dei casi come interventi positivi.
Non tutto ciò che è "verde" deve per questo essere piantato o mantenuto in un giardino che nasce sempre da un'idea, da un tracciato, da un disegno, da un'esigenza emotiva ed estetica, per svilupparsi poi per fasi con altre aggiunte ed invenzioni secondo un filo logico di rispetto e continuità interpretativa, e non assecondando un qualsiasi, ecologico, nostalgico, amore per la natura.
Sono queste le ultime considerazioni che posso trarre a dieci anni dalla pubblicazione del libro "Il giardino veneziano": poco nei giardini veneziani è cambiato, i bei giardini di allora per fortuna sono curati con lo stesso amore, si è aggiunto qualcuno alla schiera degli appassionati proprietari a far parte della "straordinaria avventura" che si era cominciata a scrivere cinquecento anni fa: il resto sopravvive ma è molto triste pensare quale paesaggio di acqua e di verde potrebbe vantare oggi una città come Venezia.
Padova 10 aprile 1999
Mariapia Cunico
LA LAGUNA......COME UN GIARDINO!
Nell'anno 982, per la prima volta in un documento veneziano, è testimoniata l'esistenza di un vetraio. Il suo nome, Domenico, a fianco del quale viene trascrittala sua professione, compare nell'atto di una donazione ai benedettini della Chiesa di San Giorgio Maggiore, tra le firme dei testimoni. Questo antico manoscritto è considerato l'atto di nascita dell'attività vetraria a Venezia.
Inoltrandosi nel tardo medioevo, le notizie sulla presenza di una simile produzione in città si fanno sempre più numerose, e danno l'immagine di una industria fiorente, che era gradualmente diventata tra le più importanti della serenissima.
Il centro nevralgico dell'attività era allora concentrato a Murano, dove le fornaci da vetro avevano cominciato a stabilirsi nella seconda metà del XIII secolo. Il Maggior Consiglio, nel 1291, aveva definitivamente sancito il trasferimento con l'ordine di erigere questo genere di forni al di fuori del nucleo urbano cittadino, per evitare i rischi di incendio. Da quell'epoca, per quasi settecento anni, il vetro è stato a Murano una presenza costante che continua ancor oggi.
I prodotti
Giardino: pairidaeza, paradiso, secondo l'etimo iranico; più vicino a noi, dal latino: paradisus. Comunque sempre recinto, circolare, luogo circondato da muro, spazio concluso e distinto dall'intorno. Filosoficamente "figura" emblematica: spazio mentale e formale che si distingue dall'intorno; pensato e pensante. Luogo di delizie, di meditazione di svago.
Giardini di Venezia, aulici, di palazzo; modesti, domestici tra le case, affacciati sui canali nella migliore tradizione della rappresentazione romantica di Venezia; nei chiostri e negli orti dei monasteri, giardini dei semplici; orti urbani pergolati e molto formali.
Alla fine: giardini "illuministi" napoleonici, di uso pubblico, igienicamente e socialmente costruiti per il popolo; al costo di pesanti demolizioni del tessuto storico urbano.
Giardini sparsi nella laguna in ogni luogo, nelle isole e lungo i litorali, ancora nei chiostri e nei conventi agli Armeni, a S. Giorgio e a S. Francesco, negli orti di S. Erasmo, nell'uliveto sorprendente abbandonato e sconosciuto di Saccasessola, nell'elegante giardino Art Decò della Biennale a S. Elena, nell'ex Giardino Botanico a S. Giobbe, nell'inselvatichito frutteto di S. Giorgio in Alga! E altrove.
E poi alla fine della Repubblica, attorno alle fortificazioni militari. Nei cimiteri!
La Laguna - l'intera laguna......come un giardino! dunque.
È questa l'ottica: del giardino, della natura domestica e architettata, con cui l'Archeoclub d'Italia - Sede di Venezia intende guardare alla laguna di Venezia in queste due giornate di Incontro di studi di architettura e cultura urbana, il 15 e il 16 maggio 1999, presso l'I.U.A.V. e al Lazzaretto Nuovo, sul tema:" Le isole e i Giardini nel Paesaggio della Laguna di Venezia ".
Che sono gli stessi luoghi, urbani, gli stessi siti: le isole, i litorali, gli stessi beni di cui si è discusso sul tema delle Fortificazioni Militari nelle giornate del 7-8 giugno 1997. Il che è nella natura della ambiguità anfibia della Laguna!
Chiave interpretativa per la lettura secondo quest'ottica: la storia e il "progetto" di architettura del paesaggio e del giardino. Il progetto di "conservazione" soprattutto.
Identità di luoghi, diversità dei temi che tuttavia si integrano e coesistono nell'architettura urbana lagunare, seppure con diversità di intenti, a partire dal XV secolo almeno.
Basta guardare l'incisione del Coronelli, che illustra questo Convegno e gli Isolari dal XVIII secolo.
È questo del verde -il "verde" anonimo dell'urbanistica tecnica contemporanea - un enorme patrimonio di cultura e di Beni Ambientali e Architettonici, frammentato e multiforme che, in estensione della nozione e del concetto di "giardino", va censito, restaurato, recuperato e riusato; secondo un ampio progetto di conservazione dell'"architettura urbana" lagunare, che l'Archeoclub auspica con questo Convegno. Che appena oggi si comincia a delineare ma che tuttavia non manca di significativi esempi; peraltro tutti da scoprire.
Significativamente nell'isola del Lazzaretto Nuovo che ospita oggi l'Ekos Club e l'Archeoclub di Venezia ed è l'unica, tra le isole abbandonate e distrutte, che sia recuperata e vissuta; l'unica che entro il suo muro restaurato contenga i resti di ciò che fu orto e giardino e all'esterno una passeggiata naturalistica di grande suggestione e di incomparabili punti panoramici; caso singolare tra le isole lagunari.
Giardino del Doge - Giardini del Popolo, come ho detto altrove, suggerendo ed elencando le molteplici forme del giardino lagunare. "Il Giardino del Doge - I giardini del Popolo", è espressivo di una totalità culturale e ambientale assolutamente unitaria nella sua natura geomorfologica e nella storia del territorio lagunare, che è la storia della sua "conservazione". Che si frammenta in molteplici e multiformi episodi tenuti insieme dalla dominante dell'acqua che ne costituisce il tessuto connettivo.

Che il giardino, nel suo carattere ludico, pare essere il destino - oggi - anacronistico forse - della Laguna!
Parliamo dunque dei giardini del doge e dei giardini del popolo; oggi che il giardino sembra tornato a rallegrare le nostre giornate. In attesa di veder fiorire quelli che da decenni ci sono stati promessi: a S. Giuliano, a S. Andrea e alla Certosa, in ogni altro luogo lagunare!
Parliamone, e speriamo!
Venezia 25 aprile 1999 S. Marco
Giovanni Battista Stefinlongo