trimestrale di informazione culturale
Archeoclub d'Italia - sede di Venezia
Anno X, n. 4, dicembre 2000
Monete in laguna
Recentemente nella Laguna di Venezia sono stati effettuati una serie di ritrovamenti di grande interesse dal punto di vista numismatico. In particolare, nel decennio compreso tra il 1990 e il 2000, numerose monete sono state rinvenute nell’isola del Lazzaretto Nuovo: circa 150 esemplari che costituiscono un corpus assai significativo circa la frequentazione del sito lagunare nel corso di un arco cronologico molto ampio.
Alcune monete testimoniano contatti fin dall'antichità con lontani Paesi mediterranei, altre si riferiscono ai commerci della Serenissima soprattutto nel periodo compreso tra il XV e il XVIII sec. - periodo in cui l’isola detta del Lazzaretto Novo era luogo di quarantena per le navi, sospette di peste, che arrivavano (come indicato lungo le pareti del “Teson Grande”) da Cipro, Costantinopoli, Egitto, Grecia, Spagna, ecc. - ; altre monete, infine, sono prova della presenza della truppe francesi e austriache nel corso delle occupazioni ottocentesche. Nell’isola del Lazzaretto Nuovo, che fa parte del Sistema Bibliotecario Museale della Provincia di Venezia ed è inserita negli Itinerari Turistici in Laguna del Comune di Venezia (Progetto U.E. Obiettivo 2), si potrebbe in un prossimo futuro realizzare un'esposizione di queste monete, schedate e restaurate a cura dei dott. Michele Asolati e Cristina Crisafulli.

Marino Grimani, 1/16 di scudo da 10 soldi
zecca di Venezia, 1595 - 1605, argento
Scavi del Lazzaretto Nuovo, 1994
D/ Il Doge inginocchiato davanti a san Marco
La mostra potrebbe essere organizzata in collegamento anche con altre sedi museali nell'area lagunare e perilagunare, in particolare Altino e Torcello, per delineare un quadro archeologico/numismatico generale riguardante Venezia e la sua Laguna, da sempre luogo privilegiato di relazioni internazionali. L'iniziativa potrebbe avere un significato particolare trovandoci nel periodo di entrata in vigore dell'Euro. Per stimolare un discorso in questa direzione presentiamo alcune riflessioni in questo numero di ArcheoVenezia.
Gerolamo Fazzini
La moneta
La moneta è uno dei manufatti più interessanti per lo studio del nostro passato. Sotto il profilo iconografico testimonia usi e costumi, civili e religiosi, illustra l’aspetto di opere d’arte ora in rovina o scomparse, ci trasmette la fisionomia di personaggi storici. Essendo una delle principali manifestazioni del potere statale (nelle sue varie forme), sotto il profilo storico spesso documenta fatti e vicende e sotto il profilo economico è espressione significativa dello sviluppo di uno Stato.
Infine, intesa come reperto archeologico, la moneta, oltre a risultare spesso un importante elemento datante, è indizio diretto della presenza umana, testimone dello sviluppo di un sito attraverso i secoli, segnale di flussi di uomini e di mercanzie.
Le origini della moneta
Prima dell’invenzione della moneta esistevano diverse forme di scambio tra le quali la più antica e primitiva fu certamente il baratto. Con tale termine s’intende genericamente la cessione di un bene in cambio di un altro il cui valore, a giudizio dei contraenti, sia comparabile con quello del primo.
Tuttavia, ben presto si sentì la necessità di una misura del valore, ossia di un elemento che divenisse intermediario negli scambi costituendo il metro di riferimento convenzionale. In tal senso furono percorse principalmente due strade, identificando in tale metro da un lato il bestiame, la cosiddetta moneta naturale, e dall’altro il metallo. L’impiego dei metalli con queste funzioni cominciò a diffondersi già alla fine del quinto millennio a.C. con forme che andarono dall’anello, al lingotto, al globetto o goccia: quest’ultima forma, particolarmente diffusa in ambito miceneo dalla seconda metà del II millennio a.C., prelude all’introduzione della moneta vera e propria. L’uso del metallo si affermò rispetto ad altri mezzi di scambio naturali in quanto deteneva alcune caratteristiche che ne rendevano più facile e vantaggioso l’impiego: il suo valore non veniva alterato se ridotto in frammenti, i quali al contrario mantenevano il loro valore proporzionale; non si deteriorava facilmente; era riconoscibile dall’aspetto, dal suono, dal peso; poteva essere trasportato con maggiore facilità; poteva essere destinato anche ad altri usi.
La nascita formale della moneta si data alla fine del VII sec. a.C. e si colloca in Lidia, un’area geografica facente parte dell’odierna Turchia: qui per la prima volta un’autorità statale impresse, a garanzia del peso e della lega, i propri sigilli sui globetti di metallo usati per gli scambi. Da qui si diffuse rapidamente alle città greche della costa orientale dell’Egeo (Efeso, Focea), quindi alle poleis della Grecia propriamente detta, prime tra tutte Egina, Atene e Corinto, e infine a tutto il resto del Mediterraneo.
Le funzioni della moneta
Noi tutti oggi siamo abituati ad utilizzare quotidianamente la moneta, ma ogni scambio che effettuiamo presuppone che la moneta stessa venga convenzionalmente accettata all’interno della comunità come misura del valore di qualsiasi bene o servizio che andiamo ad acquistare o a vendere. Il fatto stesso che tale misura esista, e venga riconosciuta come valida, costituisce un’enorme facilitazione nello scambio di merci e servizi. In altre parole alla moneta sono attribuite due funzioni fondamentali: misura del valore, e mezzo di scambio o intermediario negli scambi. Da queste prime due deriva una terza: la moneta, infatti, viene a costituire anche una riserva di valore e, dunque, uno strumento per l’accumulo della ricchezza. Tali funzioni sono caratteristiche della moneta fin dal momento della sua nascita.
Tecniche di produzione
Nel mondo antico per la produzione di monete si ricorse a due tecniche: la fusione e la coniazione. Con la prima, più semplice e meno dispendiosa, era sufficiente creare un modello le cui facce venivano impresse su di un materiale refrattario (solitamente argilla); le due impronte così ottenute, dopo essere state sottoposte ad essiccazione e a cottura, formavano una matrice cava, all’interno della quale era colato il metallo fuso. Una volta raffreddato il metallo, si otteneva il pezzo finito. Tale sistema fu usato raramente in ambito greco, e più diffusamente in età romana repubblicana, soltanto per emettere monete in bronzo.
La tecnica più diffusa in passato, però, fu la coniazione a mano, sia perché difficile da imitare, sia perché il prodotto finale risultava più vivo e definito.
La coniazione si articolava in tre momenti: l’incisione dei coni, prodotti in bronzo o in ferro, su cui venivano realizzate in incavo parole e raffigurazioni che poi risultavano in rilievo sulla moneta; la preparazione dei tondelli ottenuti per fusione o ritagliati da lastre o barre;

Coniatore della Zecca di Venezia
metà del XVIII sec.
disegno di G. Grevenbroch
e la vera e propria coniazione che consisteva nel porre il tondello riscaldato tra i due coni, di cui uno fissato all’incudine, mentre l’altro era mobile e veniva battuto con un maglio in modo che l’impronta della matrice restasse impressa sul tondello stesso.
Questa tecnica continuò ad essere utilizzata per tutta l’età antica e anche durante il medioevo. Fu soltanto con l’inizio dell’età moderna che si giunse alla meccanizzazione nella lavorazione delle monete, ma si dovette attendere ancora a lungo perché le macchine soppiantassero completamente la coniazione manuale: Venezia ad esempio fino alla fine della sua millenaria storia repubblicana impiegò in modo pressoché esclusivo la tecnica a mano.
Venezia e la sua zecca
Nel corso dei secoli Venezia giocò un ruolo cardine in ambito mediterraneo, divenendo uno dei più importanti motori economici e commerciali dell’intera Europa, almeno tra il XIII ed il XV sec.
Naturalmente anche la monetazione cittadina risentì di questa situazione, assumendo caratteristiche peculiari, anche se assai in ritardo rispetto allo sviluppo commerciale della città. Nei suoi primi secoli di vita, la monetazione della zecca veneziana ebbe, infatti, caratteristiche del tutto simili a quelle delle altre zecche imperiali dell’Italia settentrionale. Dall’inizio dell’attività dell’officina monetaria marciana, che si colloca attorno all’820 d.C., fino alle ultime emissioni di matrice imperiale con Enrico IV o V di Franconia (1056-1125), nelle monete veneziane non è possibile cogliere alcuna traccia degli intensi rapporti politici ed economici che Venezia intratteneva con l’Oriente bizantino e musulmano. Tale situazione, però, mutò radicalmente a partire dalla seconda metà del XII secolo. L’innovazione più significativa dal punto di vista politico si ebbe con il Doge Vitale II Michiel (1156-1172), che diede vita per la prima volta ad una emissione monetaria con il nome del Doge.
Tuttavia, la riforma più importante in campo monetario fu quella che riguardò l’introduzione, durante il dogato di Enrico Dandolo (1192-1205), di una nuova moneta, in argento quasi puro (0,965) e di peso notevole (gr 2,18): il ducato d'argento o grosso matapan che ottenne un enorme successo a livello internazionale, diventando la “valuta” più apprezzata in tutto il bacino del Mediterraneo. Il passo successivo fu costituito dall’immissione sul mercato anche di una nuova moneta aurea. Il ducato d’oro fu battuto per la prima volta nel 1285, sotto il Doge Giovanni Dandolo, con peso titolo identici a quelli del fiorino di Firenze.
Apprezzato ben presto quanto e più del fiorino stesso, il ducato, che con il doge Francesco Donà (1545-1553) cominciò a chiamarsi zecchino, divenne la moneta per eccellenza del commercio internazionale, destinata ad essere imitata in moltissime regioni, dall’Europa all’India. Purezza del metallo e stabilità del peso furono le principali caratteristiche dello zecchino veneziano che permarrà identico persino nelle raffigurazioni fino al 1815, anno in cui fu per l’ultima volta battuto sotto il secondo Governo Austriaco.

Enrico Dandolo, grosso matapan
Zecca di Venezia, 1192-1205, argento
Prima moneta grossa


Edificio della Zecca di Venezia
inizio del XVI sec.
Grossi cambiamenti intervennero a vivacizzare le monetazioni europee verso la fine del XV secolo, in seguito ad una rinnovata disponibilità di metalli preziosi provenienti prima dai giacimenti d’argento nell’Europa centrale, quindi dai ricchi filoni delle Americhe.
Ancora una volta fu Venezia la prima città ad emettere monete di nuovo tipo nel 1472 con il Doge Nicolò Tron, che diede corso ad una grossa moneta in argento del valore di una lira (unità di conto fino ad allora mai coniata), la cosiddetta lira tron o trono.
Nel corso del Cinquecento, però, Venezia cominciò a perdere il suo ruolo propulsivo nell’ambito del commercio internazionale, mantenendo tuttavia una funzione primaria nel traffico dei metalli preziosi soprattutto verso l’Oriente. Di conseguenza la zecca diede via via corso a nuove produzioni di monete di grande modulo e peso come il ducato e lo scudo d’argento, mentre il costante declino economico impose di coniare anche monete di valori estranei alla tradizione veneziana. Così fu per lo scudo d’oro di derivazione francese, introdotto dal Doge Andrea Gritti (1523-1539); così, per il tallero per il Levante, battuto a partire dal 1756 ad imitazione del tallero di Maria Teresa che ormai dominava i mercati d’Oriente, per la cui produzione la zecca di Venezia fu costretta persino a ricorrere all’impiego delle macchine.
Con la caduta della Serenissima nel 1797 l’attività della zecca di Venezia continuò sotto le direttive dei nuovi governi che via via si succedettero, uniformando la produzione monetale prima a quella francese quindi a quella austriaca. La chiusura dell’officina monetaria marciana avvenne, dopo oltre mille anni, nel 1866, quando anche la città lagunare entrò a far parte del Regno d’Italia.
Rinvenimenti di monete in laguna
La laguna di Venezia ha restituito, soprattutto in tempi recenti, numerosi reperti monetali che si caratterizzano per un’estrema eterogeneità innanzi tutto cronologica. Le prime attestazioni risalgono all’età greca (a partire circa dal III sec. a.C.), e, per quanto rade e sporadiche, rientrano in un quadro più ampiamente documentato per tutta l’area veneta e nord-adriatica. Si tratta essenzialmente di esemplari in bronzo battuti principalmente in zecche della penisola greca e dell’Asia Minore, tra i quali si segnala una moneta della zecca di Ambracia (colonia corinzia sulle coste orientali dello Ionio), raffigurante Apollo e Zeus, datata ca. 238-ante 168 a.C.: tale rinvenimento, avvenuto sull’isola del Lazzaretto Nuovo, è, per il momento, il più antico registrato in ambito lagunare.
Successivamente, le testimonianze di epoca romana si fanno numericamente più cospicue, concentrandosi peraltro nel corso degli ultimi secoli del periodo imperiale romano.
A tal proposito, una particolare rilevanza assumono i ritrovamenti avvenuti in molti siti della laguna settentrionale, quali S. Francesco del Deserto, Torcello, S. Lorenzo di Ammiana, Mazzorbo, S. Giacomo in Paludo, S. Pietro di Castello. In alcuni casi tali rinvenimenti documentano il passaggio dalla tarda antichità all’età bizantina, in quanto le situazioni di giacitura stratigrafica da cui sono emersi ci inducono a ritenere che il loro impiego sia proseguito molto oltre la loro data di emissione ed almeno fino ai primi secoli dell’età bizantina. Quest’ultima fase, che abbraccia in secc. VI-VIII, appare testimoniata da un buon numero di monete auree e bronzee delle zecche bizantine di Ravenna, Salona, Sicilia, Napoli, Costantinopoli, Nicomedia e Alessandria, oltre che da una sorprendente quantità di sigilli riferibili a personaggi appartenenti all’élite politico amministrativa bizantina e veneziana dell’epoca.
Per i secoli successivi le presenze di numerario bizantino diminuiscono, ma permangono significativamente costanti almeno fino al XII sec., come testimonia ad es. un follis di Leone VI (886-912 d.C.) dal Lazzaretto Nuovo.
Il materiale numismatico post-bizantino si distribuisce in modo disomogeneo entro un ampio arco cronologico che abbraccia i secoli XI-XVIII. I contesti da cui proviene sono quanto mai diversificati poiché abbiamo edifici religiosi (quali le Chiese di S. Lorenzo di Castello e di S. Giovanni Elemosinario), strutture commerciali (quali quelle rinvenute a Malamocco in Campo della Chiesa), ma non manca lo stesso Palazzo Ducale, centro effettivo del potere politico.
In realtà per l’età alto medievale abbiamo scarse testimonianze ed i reperti monetali cominciano a farsi più frequenti tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo. Si tratta essenzialmente di “moneta piccola”, ossia di moneta che in virtù di un progressivo processo di svalutazione caratteristico del XII sec., comincia “a raggiungere livelli di economia precedentemente non toccati dalla moneta” (Saccocci), adattandosi particolarmente alle transazioni minute. Tale situazione, già testimoniata dagli scavi polacchi di Torcello avvenuti negli anni 1961-1962, trova conferma nei siti di S. Giovanni Elemosinario e di S. Lorenzo.
Tra la seconda metà del XIV ed il XV secolo l’espansionismo militare della Serenissima Repubblica per terra e per mare fa della città lagunare il crocevia di una vastissima rete di rotte commerciali che la pongono al centro di enormi interessi economici e finanziari.
Tutto ciò si riflette straordinariamente anche nelle testimonianze numismatiche, non soltanto in termini di quantità di materiale recuperato, ma anche in termini di varietà di zecche “forestiere” attestate. Infatti, oltre ai denari piccoli battuti a Padova, ormai usualmente rinvenuti anche in ambito veneziano, troviamo monete di Siena, Milano, L’Aquila, Cattaro, accanto a tessere mercantili di produzione fiorentina e a numerario dell’Impero Ottomano. In questo contesto, un caso particolare, documentato in molte zone della laguna, costituiscono i pfennig di zecca tedesca, in particolare di area bavarese: sono monetine a basso tenore d’argento e di piccolo modulo, dalla caratteristica forma squadrata, la cui penetrazione sul mercato veneziano fu duramente ostacolata dalla Serenissima.
Con queste testimonianze giungiamo al XVI secolo, entro il quale peraltro si inquadra anche un consistente numero di nominali argentei anonimi di zecca veneziana, cui si affiancano ancora monete di Milano, Mantova, Ragusa, Kremnitz (Ungheria). Il quadro sostanzialmente non muta nel secolo successivo, con particolari apporti di monete e tessere “foreste”.
Con i secoli XVIII e XIX, infine, si conclude la rassegna dei rinvenimenti monetali affiorati in ambito lagunare. Di questo periodo è rilevante la documentazione numismatica riferibile al contesto archeologico del Lazzaretto Nuovo. Siamo ancora una volta di fronte a monete spicciole, che però illustrano ugualmente in modo inequivocabile il susseguirsi delle dominazioni straniere sull’area lagunare fino all’annessione di Venezia al Regno d’Italia. La successione cronologica è scandita innanzi tutto da un nutrito numero di soldi di vari Dogi del Settecento; seguono numerosi esemplari di centesimo d’epoca napoleonica; infine, abbiamo un’ampia gamma di nominali (dal centesimo ai 3 centesimi ai 5/10 di soldo austriaco) che illustrano l’evoluzione della monetazione austriaca nel e per il Regno Lombardo-Veneto. Il periodo successivo all’annessione al Regno d’Italia è documentato da esemplari di Vittorio Emanuele II e da un bell’esemplare di lira d’argento di Umberto I del 1887.
Michele Asolati

Umberto I Re d'Italia
Zecca di Milano, 1887, argento
Scavi del Lazzaretto Nuovo, 1993