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trimestrale
di informazione culturale
Archeoclub d'Italia - sede di Venezia
Anno XII, n. 1 - 4, dicembre 2002 |
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| IL
LAZZARETTO NOVO - Costumi e personaggi |
Recenti
ritrovamenti avvenuti nel corso delle indagini condotte nell'isola
del Lazzaretto Nuovo ci hanno portato ad immaginare, con una specie
di divertissement storico-archeologico, i vari tipi di
personaggi che nel corso dei secoli possono aver frequentato questo
luogo e che sono legati al tema della peste e della lotta della
Serenissima contro i contagi: dal medico della peste ai guardiani
e bastazzi del Magistrato alla Sanità, al priore;
una serie di persone che con mansioni e ruoli differenti facevano
funzionare il lazzaretto nei pressi del porto di S.Erasmo, luogo
di isolamento e di espurgo per passeggeri e merci delle navi sospette,
detto "Novo" (1468) per distinguerlo dall'altro, il "Vecio" (1423),
vicino al Lido, ospedale e ricovero invece per i casi manifesti
di malattia.
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Il
medico della peste
Classica figura emblematica,
descritto già dai primi del 1600 come appare nel disegno qui a lato,
con maschera a forma di lungo becco adunco, occhiali e ampia veste
chiusa, il dottore della peste deriva storicamente la sua immagine
dall'esigenza pratica della difesa da un possibile contagio. La
peste, considerata fin dall'antichità castigo di Dio, spesso conseguente
a guerre e carestie, presente in forma endemica nelle città di mare,
fu causa in tutta Europa di una serie di terribili epidemie, documentate
a Venezia in materiali d'archivio già dal XIV secolo. Se anche la
medicina ufficiale faceva risalire le cause a fattori astrologici,
umorali, alla corruzione dell'aria ecc., a partire dall'epidemia
del 1348 si fece strada tra i veneziani la convinzione che il morbo
si diffondesse attraverso l'aria, la trasmissione da persona a persona
e soprattutto tramite il contatto con merci infette. Era con l'arrivo
delle navi che si creavano i focolai d'infezione. Le navi infatti
portavano i topi neri di origine africana e relativi parassiti,
le pulci, che pungevano l'uomo trasmettevano l'agente patogeno,
il bacillo "Pasteurella pestis" poi individuato da A.Yersin alla
fine del 1800. Quindi rapidamente, attraverso le vie aeree, avveniva
la trasmissione della terribile malattia, che si manifestava in
pochissimi giorni, con vari sintomi, bubboni, polmoniti, emorragie,
e in pochissimi giorni portava alla morte. Per evitare dunque i
"miasmi" della peste, il medico, incaricato in caso di epidemie
di visitare quotidianamente gli ospiti dei lazzaretti, usava difendersi
con questa specie di maschera, un filtro contenente erbe aromatiche
disinfettanti: rosmarino, aglio, ginepro. Nell'immaginario collettivo
la sua figura, rassomigliante quasi ad un uccello del malaugurio,
pronto a volare e beccare i malati che si nascondevano, divenne
poi, nel rituale del carnevale veneziano, una maschera di significato
scaramantico ed esorcistico nei confronti del morbo. Grazie a queste
misure di difesa e a tutta una serie di severe norme sanitarie la
Serenissima, in realtà, seppe far fronte ai rischi dei contagi:
dopo l'ultima epidemia del 1630 (quella della Festa della Salute)
la peste praticamente scomparve da Venezia, con quasi un secolo
di anticipo rispetto ad altre città europee. |
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| Guardiani
e bastazzi |
Se le navi che giungevano a Venezia provenivano da luoghi sospesi
(cioè interdetti perché vi era notizia di epidemia) oppure erano prive
di fedi di sanità (certificati di idoneità sanitaria), venivano
prese in consegna dai guardiani del magistrato alla
sanità, i quali badavano che nessuno si avvicinasse al bastimento
sospetto (con bandiera esposta) per il periodo stabilito di contumacia,
cioè di isolamento in apposito canali. I guardiani
scortavano i passeggeri agli alloggi nel Lazzaretto Novo, sovrintendevano
e prendevano nota (dovevano saper leggere e scrivere) della operazioni
di sbarco e di espurgo delle merci suscettibili, cioè sospettabili.
Le operazioni vere e proprie di trasporto e di decontaminazione (sborro)
venivano compiute dai bastazzi (facchini),
così denominati perché portavano i pesi (il basto). Essi vestivano,
come descritto dal Greevembroch, con casacca, braghe, (calzoni)
e camicia di tela ruvida e resistente, nei colori beretin
(azzurro cenere) o biondo. Segno distintivo erano larghe bretelle,
colorate di rosso o bianche, incrociate sul petto o sulla schiena.
Nell'immagine sono raffigurati al lavoro mentre manipolano a braccia
nude le robbe: pelli, sete e drappi venivano esposte all'aria
e al sole, le lane venivano immerse nell'acqua bollente, la corrispondenza
fumigata su bracieri con profumi, le spugne sciacquate nell'acqua
salata, gli animali con piume puliti con aceto, l'aria era depurata
bruciando erbe aromatiche, quali rosmarino e ginepro. Per sapere dove
riportare le merci dopo le varie operazioni, i bastazzi usavano
ricopiare lungo le pareti del Teson Grando le iniziali e i monogrammi
indicati sui sigilli i piombo degli imballaggi che indicavano le proprietà
o le provenienze. Questa usanza ha dato origine alle numerose scritte
di fine '500, tracciate con colore rosso-bruno, a base di ossido di
ferro, che ancora si conservano al Lazzaretto Nuovo e che costituiscono
un singolare corpus storico-etnografico.
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| Testimonianze
archeologiche |
Nel corso degli ultimi anni sono state compiute nell'isola del Lazzaretto
Nuovo una serie di indagini all'interno di un progetto di Archeologia
e Storia della Sanità condotto da questa sede veneziana dell'Archeoclub
d'Italia in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici
del Veneto - Nucleo di Archeologia Umida Subacquea Italia Centro Alto
Adriatico (NAUSICAA). Le ricerche, sostenute recentemente da un contributo
della Regone Veneto (progetto "Radix" / Siti archeologici veneziani
da salvare), interessano in particolare un'area nella contumacia
cosiddetta ortazzo, lungo il lato orientale dell'isola, dove si trovavano
le camere, vale a dire le case che ospitavano i passeggeri
delle navi sospette di peste (sec.XVI-XVIII). Oltre a pavimentazioni,
fondazioni murarie e altre strutture architettoniche, gli scavi hanno
messo in luce, nel terreno antistante le case, una serie di "butti",
cioè rifiutaie o immondezzai, dove è facile trovare, insieme ad avanzi
di cibi, una quantità di manufatti che offrono una serie di informazioni
di grande interesse da un punto di vista storico-sociale. Accessori
di abbigliamento e oggetti d'uso quotidiano ci aiutano a definire
sempre più vivamente le "presenze" di quanti sono transitati nelle
riserve della salute del Lazzaretto Novo. Fibbie, anelli,
bottoni e oggetti personali, quali pettini, posate,
ditali, chiavi, pipe, dadi da gioco, insieme a monete,
sigilli, vetri, ceramiche, sono testimonianze particolarmente
vive e immediate della curiosa storia umana svoltasi in quest'isola
della Laguna a nord di Venezia, dove in epoca moderna la presenza
militare, successiva alla funzione sanitaria, ha preservato il deposito
archeologico da usi civili o agricoli, in ideali condizione di conservazione.
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| Il Priore |
Un
priore laico nominato dal Magistrato alla Sanità, incaricato per
quattro anni (carica non ripetibile), era responsabile del buon
funzionamento del lazzaretto. Nella ricostruzione lo si vede affacciato
alle finestre del Priorado (palazzetto a due piani, demolito in
epoca ottocentesca, che si trovava all'angolo di nord-est dell'isola),
mentre osserva lo scarico dalle peate cioè le barche da trasporto,
di fronte a Murano, con la linea delle Prealpi sullo sfondo.
Il priore teneva appositi registri per i movimenti di merci e passeggeri,
per i testamenti e per gli inventari. Definito custode geloso, cioè
attento, dell'isola, sappiamo dal Greevembroch che vestiva con un
soprabito azzurro, calzoni neri, calze rosse, usava un cappello
a larghe tese e circolava armato. Doveva tenere tutte le chiavi
e chiudere le porte all'alba e al tramonto. Doveva sovrintendere
personalmente alle operazioni di espugo, effettuare personalmente
la fumigazione delle lettere con crivello e foghèra, sequestrare
le armi, impedire schiamazzi, giochi d'azzardo o che si praticasse
la pesca nei canali circostanti. Doveva inoltre badare al rifornimento
dei pozzi, osservare che i vivandieri porgessero i cibi con ceste
fissate su pertiche lunghe 3 o 4 braccia, firmare le Fedi di sanità,
cioè i certificati di abilitazione sanitaria dopo i periodi di contumacia,
facendo particolare attenzione che i passeggeri, prima che se ne
andassero, ripagassero le spese per eventuali danni agli alloggi.
Nel caso che qualcuno si ammalasse doveva farlo subito separare
dagli altri, avvisando il magistrato. In periodo di pestilenza (nel
1576, dice Francesco Sansovino, erano confinate al Lazzaretto Novo
ben diecimila persone), doveva badare all'operato di medici, preti
e pizzigamorti (becchini), facendo seppellire i cadaveri infetti
con calce viva.
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Testo: Gerolamo
Fazzini
Disegni: Giorgio Barletta
Hanno collaborato: Andrea Penso, Danilo Reato, Nelli Elena
Vanzan Marchini |