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trimestrale
di informazione culturale
Archeoclub d'Italia - sede di Venezia
Anno XIII, n. 1 - 4, dicembre 2004 |
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Pipe storiche in terracotta |
Tra i numerosi reperti che l’isola del Lazzaretto Nuovo ha
restituito nel corso degli anni, vi sono molte pipe in terracotta,
rinvenute nei saggi effettuati nelle varie “contumacie”,
e riferibili alle differenti tipologie storicamente documentate,
di seguito presentate in questo numero di “ArcheoVenezia”,
testimoniate anche in altri scavi in ambito lagunare.
L’abbondanza di tali rinvenimenti porta, tra l’altro,
a credere che la diffusione dell’uso del tabacco, avvenuta
nei territori della Repubblica di Venezia già a partire dal
1600, sia in qualche modo da ricollegarsi anche alle convinzioni
circa presunte virtù terapeutiche, proprie della nuova sostanza
importata dalle Americhe, e quindi che non sia casuale la presenza
di tali numerosi ritrovamenti nelle “riserve di salute”
del lazzaretto. |
| Il
tabacco |
Originaria del
Centro America, la pianta del tabacco fu portata in Europa dopo i
due viaggi di Cristoforo Colombo. La sua diffusione avvenne dapprima
nella penisola iberica, come fu del resto per quasi tutte le novità
venute d’Oltreoceano (pare soprattutto per motivi ornamentali:
piaceva il suo bel fiore rosso), e quindi da Lisbona e dalla corte
di Spagna si propagò in Francia, in Olanda ed in Inghilterra.
La parola italiana “tabacco”, così come per quasi
tutte le altre lingue, deriva dallo spagnolo “Tabaco”
e, tra le varie origini del vocabolo, la più attendibile pare
sia quella che derivi dal termine usato dagli indiani d’America
per indicare quella specie di sigaro che Colombo, quando approdò,
vide fumare dagli indigeni di Cuba.
Alcuni famosi personaggi hanno legato il proprio nome alla storia
del tabacco. Va ricordato ad esempio un certo Jean Nicot, ambasciatore
del re di Francia in Portogallo, il quale portò con sé
a Parigi semi e pianta, e fece conoscere a corte il tabacco come pianta
medicinale, guarendo la regina da terribili emicranie e lo stesso
re di Francia da un’insistente bronchite, tanto che la pianta
fu chiamata erba regina e addirittura erba santa.
Era il 1560.
Inoltre va menzionato Walter Raleigh (1552-1618) al quale si deve
la diffusione del tabacco e della pipa in Inghilterra. Viaggiatore
e letterato, industriale, uomo politico, fu tra i preferiti della
grande regina Elisabetta. Con lui l’epoca elisabettiana divenne
l’epoca in cui gli inglesi, mettendosi la pipa in bocca, divennero
famosi filosofi e poeti. Nei clubs e addirittura nelle scuole si insegnò
a fumare la pipa: i nobili fumavano pipe d’argento, nelle taverne
e sulle navi si usavano pipe d’argilla.
Dopo alcune iniziali difficoltà e persecuzioni (che presto
finirono, quando tutti capirono quali entrate erano possibili per
le casse regali o statali), l’uso del tabacco invase l’Europa.
In Francia nel 1668 un’ordinanza distribuisce una libbra di
tabacco al mese ad ogni soldato. Ufficiali e marescialli vengono premiati
da Napoleone con bellissime pipe. Federico II di Prussia fonda un’Accademia
della pipa. La storia del Risorgimento italiano e della nuova nazione
unitaria si intreccia con quella del Monopolio di Stato.
Le foglie del tabacco erano usate in vari modi, consigliati anche
da insigni medici del tempo: il tabacco ridotto in polvere e conservato
talora in pregevoli "tabacchiere", veniva ad esempio consigliato
per "vellicare le nari, eccitare lo sternuto e rendere più
abbondante la secrezione mucosa", oppure usato in frammenti si
masticava ottenendo così "un maggiore profluvio di sciliva",
ma soprattutto veniva bruciato aspirandone il fumo con particolari
strumenti.
Usato come medicina, il tabacco, affermava ad esempio Domenico Bruschi
medico e studioso dei primi anni del 1800, "può essere
posto a profitto dell'arte di guarire": dall'odontalgia alle
malattie polmonari, "onde migliorare la condizione morbosa di
alcuni individui, affetti da catarro cronico, da asma, ed anche da
tisi"; e anche "è molto idoneo a rianimare individui
caduti in asfissia", "accresce il moto peristaltico intestinale",
e può essere "posto in opera nel caso di dover prestare
soccorso ad individui annegati".
Inoltre, "l'uso di fumare Tabacco si estima anche utile qual
preservativo delle malattie contagiose e pestilenziali; ed è
perciò che presso gli orientali, appunto perché sottoposti
all'influenza di micidiale contagio, l'uso del fumare è oltremodo
esteso; come del pari fumano assai quegl'individui che abitano in
paesi di aria malsana."
Con tali referenze scientifiche non c'è da stupirsi circa la
diffusione del "Tabaco" nel mondo moderno.
Nella Repubblica Veneta il consumo della nuova sostanza e l’uso
della pipa si propagarono già nel XVII secolo secondo le nuove
mode importate dal resto d’Europa. La Serenissima fu, tra l'altro,
con Spagna e Inghilterra fra i primi Paesi, nella prima metà
del 1600, a tassare tale nuovo commercio. |
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Foto 1 - Pipe
turche e pipe bulgare (sec. XVII-XIX) |
Foto 2 - Pipe in terra
bianca tipo olandesi-inglesi (sec. XVII- XIX) |
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| Pipe
di importazione |
Dall'Inghilterra
e dalle Fiandre si importavano insieme alle varie qualità
di tabacco anche le clay tobacco pipes, le cosiddette “pipe
di gesso” dal caratteristico colore bianco dell’impasto
ceramico.
I fabbricanti inglesi usavano siglare tali pipe con le iniziali
WM, ma questo marchio fu poi imitato e usato anche per la produzione
veneta locale, accompagnato spesso dal leone di S.Marco. Il leone
marciano, ricavato da una moneta veneziana, fu ad esempio marchio
di fabbrica di Severino Meydel che nella seconda metà del
1700 produsse ad Oriago, sul Brenta, nella terraferma veneziana,
pipe alla maniera d'Inghilterra e d'Olanda, probabilmente usando
stampi di fabbricazione inglese (Foto 2).
In Laguna, e nell'isola del Lazzaretto Nuovo in particolare, sono
frequenti anche i ritrovamenti di pipe turche o meglio
di foggia orientale, comprese le pipe bulgare di Varna
la cui fabbricazione fu a lungo influenzata dalla dominazione turca
(foto 1). Le principali caratteristiche di queste pipe, che giungevano
con le navi dal Levante, sono in genere il colore rosso, con rivestimento
“a terra sigillata”, il fornello con base larga, a forma
di bulbo o di fiore, il portacanna molto pronunciato, spesso con
decorazioni a rotella e un unico foro tra fornello e portacanna.
Pipe austriache, assieme a pipe ungheresi-slovacche
(Foto 3), testimoniano invece la presenza delle truppe di occupazione
durante l'800. Sono documentate anche altre provenienze, ad esempio
dal Padovano e dalla Francia.
Altre pipe in terracotta che si ritrovano in gran numero in Laguna
sono le pipe chioggiotte.
Pare che già dalla metà del 1600 la produzione di
pipe in terracotta fosse avviata a Chioggia, come documentato sia
da fonti d'archivio che da numerosi ritrovamenti di scarti di fornace,
mentre risulta totalmente assente la produzione di pipe tra i "boccaleri"
veneziani.
Quella chioggiotta è stata una produzione importante, durata
più di tre secoli, con centinaia di modelli e varianti, suddivisa
cronologicamente in tre periodi principali: un primo durato fino
alla metà del 1700, con forme semplici, in terra rossa; un
secondo che dura circa un secolo, con modelli più elaborati,
forme ingrossate a botticella, generalmente in terra rossa, anche
smaltate; e un terzo periodo che arriva fino alla fine della II
guerra mondiale con forme ricche di sovrastrutture, volute floreali,
figure simboliche, che hanno una tipica colorazione giallo-avorio
ottenuta usando argilla trattata con il sale.
Caratteristiche fondamentali delle pipe di Chioggia sono tre fori,
anziché uno, tra il fornello e il tubicino portacanna, ed
inoltre l'assenza pressocchè costante del marchio (presente
invece in altre produzioni come quelle di Bassano e Mazzorno sul
Po).
La fabbricazione della pipa chioggiotta avveniva generalmente a
mano: il pipàro con tecniche tramandate di padre
in figlio modellava l'argilla con stampi in piombo entro tavolette
di legno. L'argilla veniva scavata sui greti del Po e con barche
fluviali (burchi) portata a Chioggia e quindi depurata.
La lavorazione era rapida: posata l'argilla nello stampo, tenuto
fermo con una mano, con l'altra si inserivano i due perni per ricavare
il fornello e il foro portacanna. Tolta la pipa dallo stampo, la
si faceva asciugare, si praticavano i fori alla base del fornello
e si eliminavano le sbavature. Quindi si passava alla fase più
difficile, la cottura su appositi supporti, in un forno che poteva
contenere ogni volta migliaia di pipe.
Per fumare, come testimoniato in molte raffigurazioni di pescatori
su bragozzi o intenti a rammendare le reti, si usavano come cannelli,
rametti forati di marasca o marinella, ciliegio
ancora presente allo stato semi-spontaneo lungo i litorali veneti,
che donavano un effetto aromatico al fumo.
Per accendere il fuoco, si utilizzavano acciarini in ferro,
ma solo i ricchi disponevano di strumenti efficaci, paragonabili
ai moderni accendini, ottenuti perfezionando il meccanismo delle
armi da fuoco.
Generalmente si usavano acciarini in ferro che, per ottenere le
scintille, venivano sfregati con pietre focaie cioè
selci, in genere (foto 5)provenienti dall'altopiano veronese dei
Lessini, che, anch'esse, costituiscono, assieme alle pipe storiche
in terracotta, frequenti rinvenimenti nel territorio lagunare.
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Foto 3 - Pipe austriache (FRANZ KOCH, G.WEIGAND, THERESINENFELD)
e ungheresi-slovacche (M.HONIG SCHEMNITZ), I metą sec. XIX

Foto 4 - Pipe chioggiotte (sec. XVII-XIX) 
Foto - Selci, pietre focaie per acciarini |
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