|
|
 |
trimestrale di informazione culturale
Archeoclub d'Italia - sede di Venezia
Anno IV, n. 3-4, dicembre 1994 |
|
|
I Tajapiera |
Dopo le precedenti iniziative dedicate alle "pietre" di Venezia (nel 1988 la mostra sui Pozzi, nell'89 quella sui Portali Bizantini, nel '90 e nel '93 "LAVORI IN CORSO" sul degrado delle sculture esterne) è venuto naturale rivolgere l'attenzioneagli artefici di queste opere, cioè a coloro che nei secoli hanno contribuito alla costruzione della città ed alla realizzazione del suo particolarissimo arredo.
Nel passato quella dei tajapiera (che non comprendeva soltanto gli scalpellini, ma anche scultori ed architetti) era a Venezia una delle professioni più diffuse. Lo testimonia ancora oggi, ad esempio, la toponomastica: numerosi sono i campielli, le calli, o i sotoporteghi del tajapiera; oppure la presenza del cognome Tagliapietra che rimane uno dei cognomi veneziani più frequenti. |

Il cortile dei Tajapiera e la Chiesa della Carità
|
Oggi però, tra gli antichi mestieri tuttora praticati, quello dei tajapiera (da non confondersi con il marmista che lavora la pietra per usi civili e industriali) è forse quello che maggiormente sembra destinato all'estinzione.
Pochi maestri sono ancora in grado di lavorare il marmo, e soprattutto la pietra d'istria, come una volta, con tecniche, strumenti e sistemi perfezionati nel tempo e tramandati da generazioni.
Mai come oggi questo patrimonio di conoscenze appare nella necessità di essere tutelato e valorizzato, soprattutto se si considerano le esigenze e le problematiche di conservazione e di restauro che riguardano opere e manufatti del singolare spazio urbano veneziano sempre più minacciato dal degrado e dagli agenti atmosferici.
Gerolamo Fazzini
|
|
|
|
|
La storia
|
Quella dei tajapiera fu tra le più antiche Scule d'arte veneziane. La Mariegola, cioè l'atto costitutivo, risale al 1307. La Scuola, riunitasi sotto la protezione dei Quattro Santi Coronati, fu ospitata inizialmente presso l'Ospedale di San Giovanni Evangelista, dove, in una stanza a piano terreno, messa a disposizione dal Priore, avvenivano le adunanze del Capitolo, cioè del Consiglio dell'associazione, presiedute dal Gastaldo.
Come le altre Scuole Minori, anche quella dei Tajapiera, aveva compiti di mutua assistenza e di controllo sulla qualità del lavoro.
I Tajapiera iscritti all'arte erano in varie maniere tutelati. Pare, ad esempio, che quando uno dei Bon morì cadendo dall'impalcatura di San Giovanni e Paolo, la vedova il giorno dopo già ricevesse la pensione per allevare il figlio e per poterlo poi inserire nella bottega dei Dalle Masegne.
L'arte si divideva in quattro gradi: garzoni, lavoranti, maestri, padroni di officina; questi ultimi erano detti anche paroni de corte, perché le pietre e i lavori più grossi si facevano nei cortili, all'aria aperta.
La prova per diventare maestri consisteva nello scolpire una base attica di colonna, che, una volta disegnata ed eseguita direttamente senza sagoma, veniva misurata con un modulo di rame.
Nel 1515 la Confraternita si trasferì presso la Chiesa di Sant'Apollinare (Sant'Aponal), dove, grazie all'interessamento di Pietro Lombardo, acquistò un fondo dalla parte del campanile per costruirvi la propria sede: tale costruzione, in calle del campanile, presenta ancora oggi nella parte alta della facciata un bassorilievo con i Quattro Santi Coronati e la scritta. "MDCLII SCOLA DI TAGIAPIERA".
Di notte per Sant'Aponal si passava solo se si era "tagiapiera" o scultori e c'era un servizio di ronda per la sorveglianza.
Soltanto nel 1723, o nel 1727 secondo il Sagredo, gli scultori si divisero dagli scalpellini.
La sede della scuola a Sant'Aponal era abbellita da vari dipinti, alcuni dei quali ora conservati presso le Gallerie dell'Accademia: la tavola che si trovava sull'altare, con i Santi Coronati, di Vincenzo Catena, ed il Polittico di Sant'Ambrogio, di Bartolomeo Vivarini.
Vi era inoltre un altare marmoreo con scolpiti, ai due lati, gli strumenti del mestiere.
L'altare si trova ora in custodia presso la Chiesa di San Silvestro nell'ambiente, al primo piano, già sede della Scuola dei Mercanti da vin.
Silvia Gramigna
|

La Mariegola dei Tajapiera Venezia Museo Correr

Altare della scuola particolare

Gli strumenti dell'arte
|
|
|
|
| La Tecnica |
A Venezia, a partire dal 1300, inizia la "pietrificazione" della città. Al posto del legno, usato fino ad allora nell'edilizia, viene impiegata come materiale da costruzione soprattutto la cosiddetta pietra d'Istria, proveniente dall'altra sponda dell'Adriatico, una pietra sedimentaria, particolarmente resistente all'acqua salata.
In massima parte, ponti, case, chiese e palazzi di Venezia sono costruiti, decorati e rivestiti di pietra d'Istria.
Nel corso dei secoli a Venezia si è consolidata una speciale tecnica di lavorazione della pietra, che comporta l'uso di metodi e di strumenti particolari, che si differenziano molto da quelli adoperati, ad esempio, per la lavorazione del marmo (così come, per fare un paragone, la lavorazione dei metalli è differente a seconda del tipo di metallo impiegato).
Ci sono alcuni strumenti principali che sono arrivati fino ai nostri giorni inalterati e sono per ordine d'uso i seguenti:
- s-ciapìn, scalpello che serve per iniziare a squadrare il blocco di pietra e cominciare il lavoro: consente di salvare lo spigolo (se ne usano varie misure: da forza o da lavoro delicato);
- le punte: lunghe per lavori imponenti (es. scavare una vra da pozzo), medie e corte con variazioni di diametro per lavori più fini (es. scultura e ornato);
- scalpelli: di varie misure, di larghezze variabili sia dalla parte del taglio che nel diametro, perché lunghezza, larghezza e diametro determinano scarichi di forza differenti; tra gli scalpelli particolare importanza ha la gradina che consente di lavorare senza "offendere" la pietra, toglie il sovrappiù senza penetrare troppo; altro scalpello che non "offende" è l'ongèa (che ha la forma di un'unghia), non ha spigoli, non si pianta e non fa danni;
- martelli: per le superfici da raddrizzare o da squadrare si usano: lo sgrafòn, che è simile ad un'ascia, come per il legno, o la martellina, più leggera; ci sono poi la bocciarda, quadrata, con piastrine fisse o intercambiabili, di varie misure, per rendere ruvida la pietra e creare contrasti con le altre parti lisce, e la mazzetta che serve per battere sullo scalpello.
Vi sono inoltre vari tipi di trapani, di compassi e molti altri strumenti che sarebbe troppo lungo elencare.
Del resto la specificità del lavoro del tajapiera è determinata non soltanto dal tipo di attrezzo, ma anche dalla durezza e dalla qualità dello strumento. Spesso entra in gioco la "tempera". Gli scalpelli a Venezia vengono ancora forgiati da fabbri esperti ed in mancanza di questi dagli stessi scalpellini/scultori. |



Il trecentesco portale della Misericordia
|
Spesso c'è un rapporto stretto, quasi soggettivo, del "tagiapiera" con i suoi strumenti, come l'autista con la sua macchina, il gondoliere con la sua gondola.
E inoltre è necessario conoscere il materiale. L'abilità del tajapiera sta proprio nel saper decidere quale attrezzo usare a seconda del tipo di pietra che ha di fronte.
La pietra d'Istria più adatta alla scultura era l'orsera (dal nome della località dove veniva estratta), mentre per le fondazioni, le difese a mare, le rive, veniva impiegata una pietra di qualità meno pregiata, detta "grigia". Sono materiali che oggi non si trovano quasi più, perchè non sono più commerciati.
Oggi venezia, un poco alla volta, sta perdendo la sua identità, anche perchè ormai sta perdendo la categoria di lavoratori che l'hanno costruita.
Roberto Giusto
|
|
|
 |