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trimestrale di informazione culturale
Archeoclub d'Italia - sede di Venezia
Anno VIII, n. 3-4, settembre/dicembre 1998 |
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Antichi vetri veneziani
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Le indagini archeologiche compiute recentemente nell'ambito della laguna e del centro storico di Venezia hanno condotto ad una serie di ritrovamenti di grande importanza anche per quanto riguarda i materiali vitrei.
Numerosi e rarissimi reperti ancora in buona parte in fase di studio e di restauro, riferibili alle principali tipologie e metodi di lavorazione della produzione veneziana altomedievale, medievale e rinascimentale, sono usciti in particolare dai cantieri di Malamocco, S. Alvise, Lazzaretto Nuovo, Giudecca e soprattutto dagli ultimi scavi del Teatro Malibran.
Da Malamocco (Campo della Chiesa) provengono ad esempio due bicchieri ed una bottiglia, straordinariamente conservatisi, databili alla fine del XIV - inizi XV secolo, da S. Alvise (ex Capannoni Ciga) numerosi frammenti di bottiglie, calici e bicchieri di diversa tipologia, ed inoltre vetri per finestre, lampade, pesi, ciotole. collocabili principalmente tra il XIV e il XV secolo; dalla Giudecca (ex cantieri Cnomv) bottiglie, calici, vetri per finestre, lampade e crogioli da vetro (Xv-XVI sec.). |
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Dalle ricerche condotte negli ultimi anni nell'isola del Lazzaretto Nuovo, sono usciti vetri riferibili a varie epoche, frammenti di bottiglie, calici e bicchieri, canne per la realizzazione di perle, crogioli da vetro e in particolare una bottiglia, ancora in fase di studio, ricostruita quasi per intero ed eccezionalmente leggibile nella sua interezza.
Dagli scavi del Teatro Malibran, infine, sono stati recuperati manufatti vitrei non numerosi, ma alcuni di essi, riferibili alle fasi più antiche, potranno offrire utili indicazioni in merito al vetro d'epoca altomedievale in laguna. Negli ultimi giorni dello scavo è anche emerso un bicchiere in vetro soffiato color vinaccia, esempio unico nel suo genere, risalente alla fine del 1400, che è stato totalmente ricostruito.
In considerazione dell'importanza dei ritrovamenti e del particolare significato di alcuni di esse non soltanto dal punto di vista storico, ma anche da quello scientifico per provenienza e contestualizzazione stratigrafica, si è giunti a valutare l'opportunità della realizzazione di una specifica sezione espositiva.
A Murano, nell'isola della tradizione vetraria, è stato individuato e sarà a breve reso disponibile un apposito spazio nel cosiddetto Casino Mocenigo, di proprietà statale, edificio di tipo palladiano, prospiciente la laguna, recentemente restaurato, dove sarà allestito a cura della Soprintendenza Archeologica del Veneto un Museo Archeologico del vetro, destinato a raccogliere e presentare al pubblico i preziosi e delicati materiali.
Luigi Fozzati
Soprintendenza Archeologica del Veneto
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Il vetro di Murano nel tardo medioevo
La storia
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Nell'anno 982, per la prima volta in un documento veneziano, è testimoniata l'esistenza di un vetraio. Il suo nome, Domenico, a fianco del quale viene trascrittala sua professione, compare nell'atto di una donazione ai benedettini della Chiesa di San Giorgio Maggiore, tra le firme dei testimoni. Questo antico manoscritto è considerato l'atto di nascita dell'attività vetraria a Venezia.
Inoltrandosi nel tardo medioevo, le notizie sulla presenza di una simile produzione in città si fanno sempre più numerose, e danno l'immagine di una industria fiorente, che era gradualmente diventata tra le più importanti della serenissima.
Il centro nevralgico dell'attività era allora concentrato a Murano, dove le fornaci da vetro avevano cominciato a stabilirsi nella seconda metà del XIII secolo. Il Maggior Consiglio, nel 1291, aveva definitivamente sancito il trasferimento con l'ordine di erigere questo genere di forni al di fuori del nucleo urbano cittadino, per evitare i rischi di incendio.
Da quell'epoca, per quasi settecento anni, il vetro è stato a Murano una presenza costante che continua ancor oggi.
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| I prodotti |
I Vetrai nella Venezia medievale venivano chiamati fiolari, nel senso di fabbricanti di fiole, cioè di bottiglie: questi artigiani erano quindi identificati dal genere di oggetti realizzati, e certo la bottiglia costituiva uno dei principali prodotti delle vetrerie muranesi.
La cosiddetta inghistera o angastaria (dal greco gastra = pancia e aggoz = vaso), con lungo collo e dal corpo espanso, era allora considerata la bottiglia per autonomasia. I vari modelli si differenziavano per l'andamento della bocca, per la conformazione del corpo e per il tipo di base; nel caso fossero decorati, avevano dei semplici motivi a spirale o a costolature verticali ottenuti a stampo.
Anche i bicchieri erano prodotti in gran numero: i più semplici erano di forma troncoconica o cilindrica, apodi, privi di ornamento o con piccoli motivi geometrici a rilievo molto basso (talvolta pressoché impercettibili se non osservati in controluce); a volte erano ornati da un filamento blu intorno all'orlo. Vi erano però anche modelli più elaborati, come gli originali bicchieri decorati da gocce di piccole o grandi dimensioni. Questi ultimi in particolare, come risulta dai documenti veneziani del XV secolo, erano destinati in buona parte al mercato tedesco, dove simili manufatti avevano una larga diffusione./font> |
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Nel periodo tardomedievale quindi una parte importante della produzione era costituita da oggetti da mensa: non a caso colli e basi di bottiglie e frammenti di bicchieri costituiscono i reperti vitrei più numerosi recuperati nell'ambito della laguna. Calici e Ciotole rientravano invece tra gli oggetti più pregiati, e, di conseguenza, sono più rari nei rinvenimenti archeologici.
Oltre a questi molti altri manufatti, che non sarebbe possibile elencare in modo completo, testimoniano la vitalità e la varietà produttiva della Murano medievale.
Si producevano ad esempio in numerosi esemplari anche i rui, i famosi vetri circolari per finestre, che ancor oggi si possono osservare nei palazzi di Venezia.
Per l'illuminazione si realizzavano invece lampade ad olio, che venivano appese al soffitto, in uno o più esemplari inseriti in appositi sostegni metallici. Vi erano diverse tipologie, ma una in particolare sembra essere stata adottata in via preferenziale a Venezia: si tratta della lampada islamica, ad imitazione di modelli orientali, utilizzati nelle moschee.
Ai vetri muranesi spettava inoltre produrre, su incarico del Comune di Venezia, pesi da bilancia e bottiglie da taverna (utilizzate come misure) che venivano bollati uno per uno con il simbolo della città, il Leone Marciano, per confermarne la validità. Un uso del tutto particolare avevano anche gli elementi per telaio tessile, una sorta di cuscinetti che, essendo in vetro, garantivano una maggior resistenza all'usura rispetto ad altri materiali.
Lo spettro produttivo e qualitativo dell'attività vetraria muranese nel tardo Medioevo era quindi molto ampio e diversificato.
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| Le materie prime
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La silice è l'elemento che sta alla base della composizione del vetro, e fin dall'epoca romana era ricavata da sabbie, scelte appositamente per l'utilizzo vetrario tra quelle più pure, che non contenessero sostanze tali da pregiudicare la qualità del vetro. A partire dalla metà del XIV secolo, alle sabbie i vetrai muranesi sostituiscono gradualmente i ciottoli del fiume Ticino, che garantivano una maggior percentuale di silice e parallelamente una minore presenza di impurità. Per facilitare la fusione questi sassi dovevano essere ridotti in polvere: a questo scopo venivano prima esposti al calore del fuoco e poi gettati in acqua. Lo sbalzo di temperatura ne provocava la rottura, che facilitava la loro macinazione effettuata in appositi impianti.
Dal momento che la tecnologia di allora non permetteva di raggiungere le alte temperature necessarie per fondere simili materiali (pari a circa 1700°), si abbassava il punto di fusione aggiungendo particolari sostanze, definite fondenti: a Venezia era utilizzata prevalentemente cenere di piante contenenti sodio, chiamata allume catino, appositamente importata dall'Egitto e in seguito dalla Siria, dove si trovava un allume di migliore qualità.
Un altro importante ruolo nella produzione vetraria era svolto dal cosiddetto rottame, costituito da frammenti di oggetti rotti: dal momento che il vetro già fabbricato fondeva a temperature più basse, veniva adoperato per aiutare la fusione.
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| I forni
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Per il ciclo produttivo si adoperavano a Murano due tipi di forno. Il primo a due livelli, era chiamato calchera: nella zona inferiore era immesso il combustibile, che fino al XIX secolo era costituito da legna, mentre quella superiore serviva per la fusione iniziale di sabbie o ciottoli macinati, a cui veniva aggiunto il fondente per agevolare la fusione.
Da questa prima fase si otteneva la cosiddetta fritta, una massa solida che veniva frantumata per essere poi introdotta in un altro forno, dove il ciclo produttivo veniva portato a termine. La forma di questa fornace era a pianta circolare a tre livelli sovrapposti. Nella parte più bassa era posto il combustibile, che riscaldava il livello mediano, dove fondeva definitivamente il vetro. Qui infatti si trovavano specifici contenitori, chiamati crogioli, in cui veniva immessa la fritta ed il rottame. Nel terzo piano venivano collocati i prodotti finiti per essere portati a temperatura ambiente in modo progressivo, evitando così le rotture dovute ad un brusco raffreddamento. Il processo che portava alla produzione di un oggetto in vetro era lungo e complesso, ma le antiche vetrerie muranesi seppero raggiungere grandi risultati, che, grazie al contributo della ricerca archeologica, possiamo ammirare ancor oggi.
Martina Minini
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| Attraverso le rotte del vetro
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Il vetro nonostante la sua fragilità, viaggiava, come gli altri beni di consumo, sia lungo le rotte transmarine e fluviali, sia lungo le piste carovaniere. Il commercio marittimo fu sempre, fin all'antichità, il più vantaggioso dal punto di vista economico e spesso il vetro, come la ceramica o i bronzi, faceva parte del carico della nave. Le fonti scritte più antiche (I-II secolo d.c.), che confermano i dati archeologici, sono il testo del Periplus Maris Erythaei e Plinio.
sappiamo , attraverso i ritrovamenti nei relitti, che il vetro faceva parte dell'equipaggiamento di bordo, ma anche del carico utile per commerciare, sin dall'epoca micenea. Il vetro poteva viaggiare come merce sotto varie forme: come lingotti, masse informi grezze, frammenti di vasi rotti e infine vasi finiti e monili. Gli oggetti potevano essere commercializzati anche come contenitori di prodotti commestibili, farmaceutici e cosmetici. Il relitto più antico (XIV sec. a.C.) in cui sono stati rinvenuti lingotti di vetro è quello di ULUN BURUN, sulle coste della Turchia meridionale, ma tutta la storia antica nascosta sotto il mare ci racconta delle rotte del vetro. Numerose testimonianze del secolo III al I a. C. e dal I al V d. C., eccezionale quella della nave di ancitera A, nel mar Egeo, con undici vasi di pregevole fattura, datata alla metà del I secolo a. C.
Il Mar Adriatico, su entrambe le sponde, ha conservato una serie di relitti di epoche diverse. In uno di questi, studiato a Valle Ponti, presso Comacchio, e risalente alla fine del I secolo a. C., è stata ritrovata una solo coppa in vetro, molto probabilmente, del corredo di bordo. Erano parte del carico invece i vasi di vetro rinvenuti nella nave di Ilovik, sulla costa croata, di età adriana e una botte di legno, con vetri rotti nel relitto di Grado del 200 d. C. Vetro di riutilizzo che ci ha fornito interessanti informazioni; sono infatti rinvenuti tra questi frammenti anche tre fondi di bottiglia con bolli, di cui uno si riferisce a C. Salvius Grato, personaggio attivo nella parte settentrionale della penisola. La tradizionale produzione del vetro di Aquileia, che si è poi tramandata nelle botteghe artigiane di Venezia, è testimoniata anche dai ritrovamenti nelle acque di Malta, dove una nave che trasportava dodici vasi e masse vetro grezzo marrone, insieme a materiali siriani, greci ed egizi, affondò tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C., segnalandoci la presenza di una probabile rotta del vetro. Anche il relitto di Yassi Ada, del VII secolo d.C., che presenta con le sue undici ancore il confronto più calzante con l'esemplare del "Relitto del vetro", trasportava probabilmente dalle regioni del Mar Nero, lungo le coste della Turchia, tra il suo carico, alcuni vasi di vetro.
In Croazia sono stati individuati due relitti, databili tra il IX e il X secolo, che contenevano frammenti di vetro provenienti forse da Costantinopoli e destinati a qualche porto della Dalmazia bizantina.
Possiamo concludere questa rassegna di testimonianze con il relitto del XVI secolo ritrovato a Malamocco davanti a Venezia, che per il suo carico, costituito anche da un cospicuo quantitativo di vetro grezzo, è stato definito appunto "Relitto del Vetro".
Risulta chiaro dalle diverse testimonianze archeologiche che il vetro possedeva un valore commerciale qualunque fosse il suo stadio di lavorazione; infatti, come i metalli, le officine vetraie potevano riutilizzare scarti o frammenti, come pani di vetro, rifondendoli. Il vetro quindi possedeva un valore economico come materia prima e come tale veniva spesso trasportato.
Rossella Cester
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